In Italia, il ruolo delle donne casalinghe è ancora ampiamente diffuso, con circa 7 milioni e 338 mila donne che dedicano il loro tempo alle faccende domestiche e alla cura della famiglia. Nonostante il loro contributo sia fondamentale per il benessere familiare e sociale, spesso queste figure vengono sovraccaricate di lavoro, sottovalutate e non adeguatamente riconosciute.

Numero di casalinghe: Secondo l’Istat (2016), circa il 15% delle donne tra i 15 e i 64 anni in Italia è casalinga. La percentuale sale al 22% nel Mezzogiorno.

Età: L’età media delle casalinghe è di 60 anni, ma il fenomeno è in crescita anche tra le giovani (8,5% sotto i 35 anni).

Livello di istruzione: Il 74,5% delle casalinghe ha al massimo la licenza media inferiore.

Situazione familiare: Il 42,1% delle casalinghe vive con figli, un quarto in coppia senza figli e il 19,8% da sola.

Riconoscimento del lavoro domestico: Solo l’8,8% delle casalinghe ha frequentato corsi di formazione per il lavoro domestico.

È un dato di fatto che grazie a queste donne, molte famiglie ricevono il sostegno, bambini, giovani, lavoratori, anziani sono coloro che grazie all’impegno di queste donne, ogni giorno possono essere accuditi, ristorati e accompagnati oltre che ad essere ascoltati e sostenuti!

Non possiamo dimenticarci anche delle tante donne che, oltre a lavorare, si occupano della famiglia, della casa, degli anziani etc, a cui va il merito di svolgere tutto questo dopo spesso una intera giornata di lavoro.

In occasione della giornata internazionale della donna 2023 OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha divulgato il rapporto sul divario occupazionale di genere dove si legge: “Il documento sottolinea che le donne assumono una parte sproporzionata delle responsabilità personali e familiari, compreso il lavoro di cura non retribuito. Queste attività possono non soltanto ostacolare l’esercizio di un lavoro retribuito, ma anche semplicemente la ricerca attiva di un lavoro o anche l’accettazione di un’offerta di lavoro con breve preavviso.”Il lavoro domestico, per lo più svolto in modo volontario dalle donne della famiglia, è un vero e proprio cardine del funzionamento del nostro sistema sociale, quando non c’è la mamma, c’è la nonna, quando non c’è la nonna c’è la zia, quando non c’è la zia c’è l’amica o la vicina di casa.

La rete femminile si crea soprattutto sulla base di questi bisogni di cura, di pulizia e di accudimento dei propri cari.

Ci sono casalinghe che, proprio perché non fanno anche un altro lavoro, vengono poco considerate, vengono date per scontate, anzi sembra che quello che fanno sia dovuto e non abbia un valore economico.

Quando qualcuno ha bisogno di una persona per essere accudito, per avere un pasto caldo e avere la casa pulita e in ordine, si accorge fin da subito che invece un valore economico c’è.

Potremmo dire che quando c’è la domanda c’è anche la risposta a questo bisogno e le molte badanti che vengono a vivere in Italia per occuparsi di questo ne sono un chiaro esempio.

Come vivono queste donne che, come semplici casalinghe senza un altro lavoro, vengono considerate in funzione dei bisogni della famiglia, della casa, dei bambini e di ogni richiesta?

Numerose sono le associazioni che in questi ultimi anni si sono mosse per portare il valore di queste donne, non solo economico, ma anche di tradizione e di esempio di impegno incessante, anche se socialmente considerato a margine di tanti impegni e carriere accademici, politici e finanziari.

Forse qualcuno si scorda che dietro gradi impegni di persone esposte anche pubblicamente, c’è il lavoro di molte altre che le sostengono?

L’esempio lo vediamo sia nello spettacolo, sia nella moda, sia nel successo imprenditoriale e tanto altro.

Perché è così difficile che questa considerazione non avvenga anche nell’ambito domestico?

La prima considerazione che mi arriva sulla punta della lingua è che: se esistesse un bilancio familiare di quelle che sono competenze, risorse, impegni, investimenti, tempi e processi per la realizzazione dei suoi componenti, probabilmente saremmo costretti a dare un certo peso anche a quello che consideriamo il lavoro invisibile della casalinga.

La seconda considerazione è che, come accade anche nel mondo del lavoro, se non agisco per evidenziare il valore che porto e quindi non arriva il significato di quello che metto in campo, è prima di tutto mia responsabilità riconoscere quanto vale, quanto valgo e non quello che gli altri mi manifestano.
Certamente è importante che quanto agisco possa essere funzionale anche agli altri affinché io sia utile ma la misura che do a me stessa non può essere decisa da altri.

Questo concetto di autodeterminazione non è di facile applicazione, ma è la chiave di svolta per passare dal “devo farlo” a “voglio farlo” e dal “non riesco a farlo” al “non posso farlo”.

Vorrei soffermarmi su questi ultimi aspetti perché possono aprire nuove prospettive di come ci vediamo e ci consideriamo.

Il tema del mestiere della casalinga a mio avviso non riguarda unicamente le donne che fanno le casalinghe, ma anche tutte quelle donne che oltre a impegni di lavoro/carriera, fanno anche le casalinghe quando sono a casa, in famiglia.

Quando iniziamo a decidere di cosa vogliamo occuparci, di cosa in parte dobbiamo occuparci e di cosa non vogliamo più occuparci, stiamo dandoci la possibilità di organizzare la nostra vita con preferenze, priorità ed eliminare le perdite di tempo.

Quando decidiamo di cosa vogliamo occuparci, stiamo mettendo in azione il nostro bisogno di realizzarci e questo, che riguardi gli affetti, o gli interessi o altro, è un tassello importante per sentirci sulla strada giusta.

Quando decidiamo di cosa dobbiamo occuparci, stiamo mettendo in conto quello che il nostro contesto di vita ci sta chiedendo e quello che siamo in grado di rispondere, il fatto di averlo messo in conto, aver deciso che fa parte del contesto della vita che vogliamo, ci supporta anche nell’affrontare quello che non corrisponde esattamente a quello che vorremmo ma è funzionale ad esso. Per esempio per essere vicina ai figli quando sono piccoli decidere di fare un part-time, se il lavoro/carriera non era nelle decisioni che voglio in assoluto, può essere una decisione del devo per un certo periodo di tempo.

Quando decidiamo di cosa non vogliamo più occuparci, stiamo facendo piazza pulita di ciò che sta diventando superfluo nella nostra vita, stiamo creando spazio a qualcosa che ci interessa di più o che, per forza di cose, ci coinvolge di più. Per esempio se ho un genitore anziano che ha bisogno di assistenza posso valutare se togliere qualcosa di superfluo dai miei attuali impegni per rispondere a questo bisogno o trovare una soluzione sostenibile per me e per il genitore anziano.

Se vogliamo costruirci una quotidianità più vicina al nostro sentire, prendiamo queste decisioni e mettiamo in conto che non possiamo dare importanza solo a ciò che vogliamo, sarà più saggio considerare quello che decidiamo di dover fare, come nostra scelta, e cosa evitare di fare.

Saper di aver fatto una scelta ci fa uscire dalla gabbia del vittimismo, della insoddisfazione e della sensazione di incapacità di autodeterminazione che è uno dei pilastri dell’autostima in azione.

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Metelli Donatella