donna profuga con figli
“Farda scioglie i lunghi capelli biondi, legati in una coda di cavallo e mi chiede di fotografarla così, come una donna non come una clandestina curda.

Poi mi dà un pezzettino di foglio a quadretti bianco come quelli che si usano nelle scuole elementari e mi scrive il suo nome.
Vuole averla poi quella foto Farda, e mi chiede di mandargliela. Mi indica la roulotte che le hanno assegnato, la numero 145. Farda la fotografia vorrebbe averla lì, come fosse un indirizzo privato, come fosse la via della sua casa, ma è solo il numero di una roulotte”. Inizia così il viaggio fotografico attraverso le vite dei profughi nel campo Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, Crotone, Calabria, Italy.

Era l’estate del 2000 quando ci mettemmo in auto alle 7.00 del mattino Manuela Metelli ed io, con l’obiettivo di andare a fotografare i curdi arrivati numerosi sulle coste calabresi e trasferiti nel centro di prima accoglienza di Crotone, allora gestito dalla Croce Rossa Italiana. Più di 100 chilometri di Statale 106 ci separavano dalla meta.

Un’ora e mezzo di viaggio tra i paesi affacciati sulla strada più pericolosa d’Italia che taglia a metà il borgo urbano. Ma alla vista del Mar Jonio che accompagna la traversata alla nostra destra mentre dall’altro lato le terre coltivate a grano sembrano scivolare verso la costa dolcemente, la visione che appare ai nostri occhi ci ripaga con una sensazione di pace e di grande bellezza. Questa terra selvaggia abitata solamente in alcuni tratti dagli antichi casolari dell’Ente Sila ormai abbandonati ha un elemento poetico che ripaga i naviganti della fatica della traversata irta di ostacoli e incertezze.

Per visitare il Centro di Prima Accoglienza di Sant’Anna avevo dovuto chiedere attraverso l’agenzia di stampa dove lavoravo un permesso speciale alla Prefettura di Crotone. Per fortuna, assieme a Manuela abbiamo potuto oltrepassare quel cancello che segnava un di qua e di là dalla vita reale.

Sotto il sole cocente di un mese agostano che sfibra il corpo, annebbia la vista, abbagliata come quando si ha l’impressione di vedere un miraggio nel deserto, Manuela ed io attraversammo quel campo scortate da due carabinieri.

Ci dissero subito che c’erano luoghi che non avremmo potuto fotografare. Il posto dove ai clandestini venivano prese e impronte digitali, per esempio. Pazienti, aspettavamo assieme all’Arma, un mediatore culturale che veniva da Badolato che facilitasse il nostro dialogo con i curdi. Attesa vana, perché colui che avrebbe dovuto tradurre i nostri dialoghi facendo da interprete non si presentò, così noi ricorremmo all’antico metodo della gestualità, che per quanto limitata, ci permetteva di comprendere alcune elementari cose della vita di quei poveri diavoli prima e dopo l’arrivo in Calabria. Quando vedemmo Farda, circondata dai suoi bambini, e lei indicando il suo corpo spiegò che era Farda, noi non sapevamo ancora che quella parola significasse “sudiciume, sporcizia”.

Ma nell’atto di sciogliersi i capelli, di aprirli come a voler mostrare il suo essere femminile, lei aveva manifestato tutta la sua volontà di essere fotografata come una donna, appunto, e non come una clandestina curda.

Lei era farda, cioè era sporca, sudicia, ma era una donna che quasi con timidezza e col suo gesto aveva voluto dirci che lei era meglio di così di come noi la vedevamo in quel momento, in mezzo agli altri rifugiati.

Inizia con l’incontro di una donna che non vuole rinunciare alla sua femminilità nemmeno in un campo di clandestini sbarcati con una delle tante carrette del mare in Calabria, il viaggio fotografico che si snoda lungo le roulotte fino ai servizi comuni, al deposito di acqua minerale, alla sala dove c’è la televisione. Farda è tra le roulotte dove vive assistita dai volontari della Croce Rossa e si impone per prima quasi gridando il suo essere donna, persona e non clandestina. Le roulotte sono circa 500 nel campo profughi di Isola Capo Rizzuto. Sono soprattutto curdi. Tra loro anche qualche pakistano, alcuni afgani e pochi senegalesi.

Superata l’immediata diffidenza, alla fine anche gli uomini, prima recalcitranti, decidono di farsi fotografare con le loro famiglie, mentre fanno la fila per prendere l’acqua minerale, o mentre guardano la televisione, mentre trascorrono il tempo con i loro figli, mentre aspettano che finalmente passi il tempo e li porti fuori da li’. C’è tutta l’attesa di una vita migliore per i profughi assistiti nel campo Sant’ Anna, c’è la speranza dei giorni futuri che saranno per forza di cose più generosi.

C’è anche il dolore di un popolo in fuga e che ha dovuto abbandonare tutto, ma pure il desiderio del sole e delle lune che verranno, e di un benessere desiderato anche se magari visto solo in televisione.

Poi ci sono i giovani che hanno già imparato a confondersi con i ragazzi occidentali. hanno gli occhiali da sole, hanno il telefonino di ultima generazione, ascoltano la musica rock con le cuffiette e l’atteggiamento un pò sfrontato dei ragazzi di tutto il mondo che sanno di avere il dono più grande, la giovinezza.

Lungo quei viali delineati alla nostra destra e alla nostra sinistra dalle roulotte, gli sguardi, le rughe, i volti sofferenti di chi però non rinuncia a fare una nuova scommessa per la propria vita. Il campo che sembra non finire mai, i panni stesi nel recinto che delinea l’area militare, appoggiati sulla rete divisoria che separa il mondo vero da tutto quello che succede lì, i bambini che ci corrono dietro ovunque, che ci vengono incontro e ci seguono in lontananza.

I clandestini che ci venivano incontro a tratti mostravano sdegno e sofferenza per essere lì.

Alcuni si lamentavano dei panni che avevano avuto per cambiarsi, delle ciabatte a volte vecchie che erano state assegnate loro, e si ribellavano perché volevano delle ciabatte nuove. Uno dei nostri accompagnatori che assieme ai carabinieri ci scortava mentre attraversavamo il campo, ci spiegò che i profughi avevano diritto anche a una “paghetta” giornaliera… Fotografammo tutto quello che era possibile riprendere, intere famiglie che sembravano una tipica famiglia del sud Italia, bambini allegri e sorridenti senza la consapevolezza di dove si trovassero e altri tristi e umiliati.

Quando uscimmo di lì Manuela ed io non trovavamo le parole per definire tutte le sensazioni e le emozioni che quella mattina passata con i profughi ci aveva lasciato. Stemmo in silenzio per un pò. Poi respirammo profondamente guardandoci negli occhi.

Eravamo soddisfatte per il lavoro svolto, e piene di emozioni contrastanti. Parlammo poco durante il viaggio di ritorno. Ma fu solo dopo aver visto i provini dei negativi delle fotografie che avevamo fatto che cominciammo a capire il senso del nostro reportage. Non sapevamo neppure che era la prima volta che una giornalista e una fotografa varcavano la soglia di un Centro di Prima Accoglienza. Così sotto il patrocinio del comune di Roma, assessorato alle politiche culturali e in collaborazione con la Croce Rossa Italiana che quell’anno festeggiava i 100 anni dalla sua costituzione nacque il progetto “Farda tra i Profughi”.

Ora, riproponiamo alcuni scatti di quella indimenticabile mattina agostana con la consapevolezza che in questi anni il dibattito sui migranti e la loro collocazione è diventato divisivo, a tratti violento nelle sue manifestazioni anche da parte di rappresentati politici e di governo, ma è come se Farda avesse voluto sottolineare quella mattina a Crotone di essere una persona, non una clandestina.

La mattina seguente decidemmo di andare a Badolato e parlare con quanti erano rimasti dall’esperienza di integrazione in quel paese medievale di rara bellezza arroccato attorno alle colline che preparano l’accesso alle Serre Calabre e dove le case, i vicoli, le chiese si tengono strette e attorcigliati alle colline coltivate a uliveti e agrumeti. Il borgo medievale di struggente bellezza architettonica e urbanistica è abitato adesso da poco più di 150 persone, anche se i residenti sono 300, erano seimila pochi anni fa, erano molti di più prima che l’emorragia dell’emigrazione e dello spopolamento iniziasse. Nella marina dove le case sono nuove a circa otto chilometri dal borgo medievale i residenti invece sono 2600 ma in realtà resistono in circa 2000.

Badolato è la metafora dell’abbandono, della fuga in un luogo che sia altrove da qui.

Dopo anni e anni, in cui i padri hanno attraversato il dolore depositandolo nella valigia di cartone, testimonianza del grande esodo sul finire dell’ottocento, ora c’è un nuovo fantasma che si aggira tra questi vicoli un tempo pieni di vita e di storie ed è quello dello spaesamento, di chi resta e si trasferisce magari nella marina, nelle aree edificate sulla costa, delineate da un lato dalla statale 106, dall’altro dalla ferrovia, prima di arrivare a respirare il profumo dei campi che scendono verso un mare azzurro cobalto. Senza anima. Sono aree che non restituiscono agli edifici la bellezza del paesaggio ma deturpano, nascondono quello che c’è di più bello: la ricchezza della natura, l’odore acre delle ginestre e delle siepi che si mischiano alle canne lungo i sentieri che portano al mare.

I sindaci di questi paesini della costiera jonica lottano adesso contro un mostro tentacolare che si chiama disoccupazione, povertà, desertificazione, spopolamento.

Terra di fuga la Calabria da se stessa e da tutto. Lo scriveva Corrado Alvaro. Ecco, appunto, la fuga che ha interessato migliaia e migliaia di persone e che ha disseminato figli fino in Canada, negli Usa, in Australia creando nel resto del mondo un altro popolo di italiani che conta una popolazione quasi pari a quelli che in Italia vivono. La fuga diventa elemento antropologico di una popolazione che si trova ad accogliere altri popoli in fuga. A Badolato sono stati accolti i curdi arrivati con l’Ararat, una carretta del mare che prendeva il nome dal monte Ararat in Turchia. Ararat nel tempo è stato il nome dato al ristorante curdo gestito dai profughi arrivati sulle coste calabresi una notte a ridosso del Capodanno. Era il 1997. A Badolato i profughi curdi si sono sistemati su sollecitazione del sindaco che dopo questa esperienza di accoglienza si era anche autoproposto ma senza successo, a candidato per il Nobel per la pace.
Nelle vecchie case ritinteggiate e messe a disposizione dai proprietari che ormai le avevano abbandonate per andare a vivere in luoghi
di maggiore fortuna, il comune aveva provveduto ad ospitare i rifugiati fornendo anche la luce, l’acqua. Ma col tempo degli 855 esuli curdi-turchi, curdi-iracheni, palestinesi, egiziani, che erano arrivati, accolti con fraterna solidarietà e poi lentamente partiti verso la Germania, alla fine i rifugiati erano diventati circa sessanta, mentre adesso ne resistono solo meno di una decina.

Il borgo fantasma nel frattempo si è ripopolato di artisti, giornalisti, registi. Piero Pelù ha una casa qui e lo si incontra anche d’inverno al bar a giocare coi vecchietti del luogo che lo chiamano amabilmente Piero. Registe come Susanna Nicchiarelli, Nastro d’argento “Speciale” 2021 per il film Miss Marx, o come Alina Marazzi, regista e documentarista televisiva a carattere sociale, trascorrono le vacanze a Badolato, dove le vecchie case su due piani, con la scala interna in cemento, e le finestre con gli scuri, il sottotetto con le travi a vista, sono state rimesse a nuovo, ristrutturate, mantenendo quel che di antico potevano ancora mostrare a testimonianza di una cultura e di una appartenenza che grida ancora oggi una grande voglia di esistenza e di riconoscibilità.

Badolato è un luogo dove le persone ti incontrano per strada e ti salutano, anche se non ti conoscono e ti chiedono se hai bisogno di qualche cosa. Spesso ti invitano a casa loro a mangiare pane e soppressata e a bere un bicchiere di vino rosso, come si faceva anticamente e da sempre qui, in Calabria.

Le storie di accoglienza nella regione dove ponti, strade, edifici, ospedali sono costruiti e abbandonati prima di poter essere ultimati, tanto da aver fatto coniare a esperti e artisti il termine di “Non finito calabro”, partono da qui e arrivano fino a Riace, al sogno di Mimmo Lucano e al suo Villaggio Globale, alla storia triste del boicottaggio del suo mondo visionario di accoglienza, da parte di una politica miope e violenta che vede nei rifugiati solo usurpatori e invasori.

Ma comunque vada a finire, i curdi di Badolato, anche se ora si contano sulle punte delle dita, hanno modificato l’antropologia degli spazi, la mentalità di un paese sulla strada della desertificazione e dato nuova linfa agli abitanti che mai avrebbero immaginato che nel tempo Badolato sarebbe diventato un luogo per il “buen retiro” di artisti e registi. Negli anni ottanta il paese fantasma, dove le case si tengono le une con le altre, era balzato alle cronache perché un colosso dell’informazione aveva messo a punto un’offerta per la trasformazione dell’intero paese in un villaggio turistico.

La popolazione si ribellò, disse no a quell’ipotesi che snaturava la storia del loro paese. La gente voleva mantenere la propria identità, anche se ad attraversare quelle ripide stradine strette e acciottolate, ormai erano rimasti solo in pochi.

Proprio quelle case abbandonate, quasi tutte color sabbia, ma ammuffite, “ammalorate”, che si snodano attorno alla collina come in un presepe, e che se le si vede la sera con la luce dei viali si rimane incantati erano diventate oggetto di desiderio da parte di colossi desiderosi di investire nel turismo e nell’immobiliare.

La fortuna di Badolato è stata paradossalmente quella di aver mantenuto nelle abitazioni il tessuto architettonico originale, quello antico, medievale perché le famiglie non avevano i soldi per ristrutturare le abitazioni. Così diversamente da altri luoghi devastati dall’intervento ingegneristico e architettonico, non si sono visti infissi in alluminio (ma sono rimasti quelli antichi in legno con gli scuri), o case colorate di verde o di rosa. E questo aggiunge fascino ad un luogo che anche nella sola visione rivela l’attaccamento alla sua storia.

Così anch’io, folgorata sulla via di …Badolato, tornai qualche giorno dopo a parlare con qualcuno dei profughi curdi e poi con i ragazzi badolatesi, perché volevo capire cosa pensassero di questa convivenza, che mostrava segni di integrazione nelle piccole botteghe che erano state aperte e che coinvolgeva i rifugiati.

Mi fermai davanti un bar vicino l’ufficio postale e fu lì che incontrai Reza. Così mi disse di chiamarsi il ragazzo curdo che mi venne incontro lungo Corso Umberto. Reza era biondo come Robert Redford o Brad Pitt, con quei capelli come l’oro o le spighe di grano nel mese di giugno, come il colore del sole.
Aprì le braccia in segno di amicizia e di accoglienza e mi disse: “Vieni, ti porto a casa mia. Io faccio il cuoco. Preparerò qualcosa da mangiare per te. Lavoro nel ristorante curdo, ma ho deciso che oggi non vado a lavorare, se non mi pagano 60 mila lire al giorno io non ci vado più. Il proprietario del ristorante mi vuole dare soltanto 40 mila lire, ma io sono bravo e mi merito 60 mila lire, se io fossi italiano mi pagherebbe 60 mila lire. E allora io non vado a lavorare”. E fu mentre cercavo di declinare l’invito che Reza fu raggiunto da un suo amico anche lui curdo che quasi lo trascinò con sè guardandomi con diffidenza. Entrai nel bar per parlare con i ragazzi badolatesi.

Sorseggiando una tazzina di caffè, chiesi al barista cosa facevano i rifugiati a Badolato, se avessero trovato una qualche occupazione.

“Che fanno?”, Mi rispose Vincenzo: “Salgono e scendono, avanti e indietro, su e giù per il Corso mentre gli altri lavorano”…

“Con l’arrivo dei curdi, incalzò il suo amico Antonio, seduto al tavolo a giocare a carte con Vito, tutti hanno cercato di approfittare della situazione. Nessuno vuole bene ai curdi, disse, neanche chi regala loro le sigarette. Il ristorante di Badolato, per esempio, dà loro da mangiare colazione, pranzo e cena. Questo è durato sei mesi, chi ha pagato? La Prefettura, la Regione: mille pasti, neanche il miglior ristorante della più bella città del mondo”… Disse. “Qui a Badolato i rifugiati curdi percepiscono 30 mila lire al giorno, la casa che è anche ammobiliata, è gratis, però dietro l’accoglienza c’è una forte speculazione”. “Ma durante il giorno cosa fanno, qualcuno lavora”? Chiesi. “Qualcuno lavora, la maggior parte… passeggiano”… Disse Vito, sottolineando che “i curdi stanno sempre per conto loro”.

Domandai loro se avessero fatto amicizia con le ragazze. “Con le ragazze loro”?! Fece Vincenzo con sorpresa per la mia domanda. “Le loro ragazze non ci guardano neppure”… “Le donne abbassano la testa, hanno una cultura musulmana. All’inizio avevano lo chador. A me un curdo mi ha detto di non parlare con la sorella”, aggiunse Antonio, che sottolineò: “Loro però ci provano con le ragazze italiane”… “Lo abbiamo visto Reza”, disse Vincenzo riferendosi all’invito che mi aveva fatto di andare a casa sua. “L’ha invitata anche ad andare assieme al mare”, aggiunse Antonio, rivelandomi così che non solo quello che mi era accaduto era sotto gli occhi di tutti ma che probabilmente faceva parte di una maniera di approccio di Reza. Si misero a ridere Vincenzo, Antonio e Vito, smontando così anche la tensione per un argomento “caldo” come quello dei rapporti tra giovani di diverse etnie, quando Vito tuonò all’interno del bar: “Adesso le turiste che vengono qui in vacanza vanno con i curdi, qualcuna si è anche fidanzata”…

A distanza di più di venti anni, mentre Mimmo Lucano è ancora a processo per il suo impegno nell’accoglienza e nell’integrazione dei rifugiati troppe forze minano la buona riuscita della solidarietà anche quando la popolazione reagisce, come nel caso di Badolato, con generosità e altruismo al punto da trasformare un paese mezzo morto in un luogo di pace e aggregazione. Smontata anche l’esperienza dei negozi solidali con cui Badolato cercava di combattere la desertificazione, l’arrivo di Piero Pelù che a volte sembra amare la Calabria più dei calabresi, e di altri musicisti ha acceso un nuovo faro su questo borgo. Sulla spiaggia non si parlava d’altro. Orde di ragazzini andavano alla ricerca di dove il leader dei Litfiba andasse a prendere il sole e a fare il bagno. Il passaparola fece il resto. Artisti e intellettuali che non conoscevano ancora questo piccolo angolo di mondo incuriositi da questo splendido paesino incastonato tra le colline che guardano ai monti che si snodano verso un percorso religioso bizantino che passa da Serra San Bruno, dove domina la Certosa, e arriva fino alla Cattedrale gotica di Stilo e al Santuario di Monte Stella, arrivarono a Badolato. Decisero che questo posto così bello e incontaminato poteva rappresentare l’approdo, il luogo del buen retiro, meta per meditazioni e recupero di creatività.

Decisero che questo posto così bello e incontaminato poteva rappresentare l’approdo, il luogo del buen retiro, meta per meditazioni e recupero di creatività. Così oltre a qualche straniero il paese cominciò a popolarsi di musicisti, giornalisti, registi. Gli operai cominciarono a ristrutturare le vecchie abitazioni cercando di recuperare le strutture esistenti, insegnando anche ai calabresi la ricchezza del patrimonio che possedevano di cui troppo spesso non avevano consapevolezza.

E’ così che Badolato si popola adesso ogni estate di arte e cultura e il borgo antico diventa lo scenario adatto per la musica, il canto, la letteratura, la creatività tra catoja (cantine, ndr) divenute osterie e ristoranti, antiche chiese, vecchie dimore storiche e palazzi nobili che mostrano finalmente una storia di cui essere orgogliosi.

Per info su mostra o per catalogo “Farda tra i profughi” scrivi a metellimanuela@gmail.com siramoda@yahoo.it

Simonetta Ramogida