Diamo il benvenuto a Margherita Asta per questo momento di condivisione, per il tempo che hai voluto dedicare a Donna&Leadership e la prima domanda per farti conoscere da chi ci sta seguendo è proprio quella di chiederti di parlare di te e raccontarci perché hai ottenuto il premio Standout Woman Award e che ci ha portato ad esser qui in questo momento per condividere le tue riflessioni e soprattutto la tua esperienza.
Grazie a voi e, come ho detto quando ho ricevuto il premio, io non ho fatto niente di particolare, infatti ho dedicato il premio alla mia mamma ed ai miei fratelli.

Tutto nasce da un grande dolore provato nel 1985 quando, a causa di un attentato preparato per uccidere il giudice Carlo Palermo, sono stati uccisi la mia mamma Barbara, che aveva 31 anni, ed i miei fratelli Giuseppe e Salvatore che avevano 6 anni, perché la macchina di mia madre si è trovata tra l’autobomba e la macchina della scorta del giudice Carlo Palermo.

È stato azionato il pulsante e l’autobomba, esplodendo, ha colpito in pieno la macchina di mia madre che aveva fatto letteralmente da scudo alla macchina del giudice Carlo Palermo.

Il premio è arrivato forse per il modo in cui sono riuscita ad affrontare il dolore, o meglio di convertirlo in voglia di comprendere quale potesse essere il senso del dolore che ho provato. 

Forse è la provvidenza che mi ha dato una mano, forse caratterialmente sono un pò più forte. 

Non so che cosa mi ha portato ad affrontare questo dolore in questa maniera, nel senso di non chiudermi in me stessa, ma cercare di dare testimonianza, quindi raccontare il mio vissuto, la storia di Barbara, Giuseppe e Salvatore.

E non posso non raccontare, quando incontro le scolaresche o le cittadinanze, la storia di Carlo Palermo, del magistrato per cui era stato preparato l’attentato.
Ho cercato e cerco di fare testimonianza non per mero ricordo, non per ricordare solamente quello che è accaduto, ma fare in modo che scatti quella voglia di riscatto e di impegno in chi l’ascolta.
Nel 2015, quando ho ricevuto il segnale in tal senso, ho scritto un libro insieme ad una mia amica giornalista Michela Gargiulo, per raccontare la storia di quello che c’era accaduto come famiglia, poi sono stata invitata a presentare il libro all’interno di un carcere a Brescia e un detenuto, che aveva partecipato all’incontro, mi ha chiesto di dedicare il libro ai suoi compagni di cella, che non potevano essere presenti. 

La motivazione che mi ha dato era che, come il libro aveva fatto riflettere lui, poteva fare riflettere i suoi compagni di cella.

Allora è questa per me la chiave di volta dell’impegno: cercare di fare riflettere, scuotere le coscienze, e ogni volta raccontare quello che ho vissuto.

Il giorno dell’attentato la segretaria di mio padre venne a scuola per accompagnarmi a casa, poi mia zia, la sorella di mia mamma, io allora avevo 10 anni quando tutto è successo, mi venne incontro quando arrivai a casa, e mi portò in una stanza,  in disparte naturalmente, poi mi disse che c’era stato un incidente e io ribattei, beh allora è in ospedale. Poi, in seconda battuta, mi disse, no Margherita, purtroppo la mamma, Giuseppe e Salvatore sono volati in cielo. 

Questo è stato assolutamente il momento più brutto della mia vita, nonostante poi, all’età di 19 anni ho perso anche il mio papà, però quello è stato sicuramente il momento più brutto della mia vita. 

E raccontare ogni volta, anche quando siamo passati dal luogo della strage, dal luogo dell’incidente, perché mi avevano detto così, invece poi divenne il luogo dove c’era stata la strage perché ho visto con i miei occhi quello che era accaduto, sicuramente è ogni volta riviverlo.

Però se può servire si fa questo sacrificio, anche per il senso del dovere, ma verso chi?

Un dovere verso sicuramente la mia mamma ed i miei fratelli, ma non solo, un dovere, una sorta di senso civico perché comunque nella tragicità, la storia di Barbara, Giuseppe e Salvatore, la storia di Carlo Palermo, da privata è diventata pubblica nel momento della tragicità della strage del 2 aprile 1985, loro sono diventati parte della storia del nostro paese.

Ed è importante conoscere la storia del nostro paese per far sì che si possa veramente risvegliare quella coscienza nazionale, quella voglia di riscatto che dobbiamo avere dal Nord al Sud e non solo del nostro paese, per quello è importante.

Non pensare che le cose non possono cambiare, non pensare che ormai questo sistema di mafia segmenti delle istituzioni, segmenti della politica, parlo di persone che ne fanno parte, oppure persone che fanno parte delle istituzioni, che non fanno il proprio dovere, ma sono pochi nei confronti di tanti altri, della maggior parte.

Perché la maggior parte, va sottolineato, agiscono con quel senso del dovere, dello stato dell’uomo e della donna delle istituzioni. 

Perché il sistema criminale vuole proprio che ci si allontani dalle istituzioni, dalla politica, e invece, secondo me, dobbiamo comprendere che ci sono poche persone che, nell’ambito delle istituzione e della politica, non hanno un gran senso del bene comune, e che ci sono tanti altri che, sacrificando le proprie vite private, le proprie famiglie, le proprie vite, cercano di affermare la supremazia dello stato.

Infatti spesso si parla di misfatti, di cose che non sono esemplari, e che tutto sembra riguardare comportamenti nocivi, quando invece in realtà ci sono tantissime persone che fanno delle azioni bellissime, ogni giorno, e così anche la tua testimonianza nel portare non solo il ricordo, ma il senso civico di una storia che deve non solo essere ricordata, ci porta in qualche modo ad onorarla.

Per insegnarci che siamo parte di una comunità, di un senso che ci accomuna e che non ci deve dividere, quindi anche voi donne della Sicilia siete esempio di forza .

Questo racconto può ispirare molte donne anche a riflettere sul fatto che a volte certe considerazioni, anche critiche, non bastano, bisogna agire avendo un senso civico nel senso di significato che vogliamo dare nel contesto in cui viviamo.

Anche questa parte tua nel dire: “non ho fatto cose eccezionali” porta a riflettere sul fatto che da una cosa capitata veramente tragica, hai poi intrapreso delle azioni, hai fatto qualcosa e cosa vuoi condividere su questo con noi?

Sicuramente mi ha aiutato tantissimo l’incontro con l’Associazione Libera Nomi e Numeri contro le mafie, di cui faccio parte e sostenuta da Don Ciotti. 

Nel ’93 mio padre è morto, io avevo solo 19 anni, e ho sentito forte la responsabilità di salvaguardare la storia della mia mamma e dei miei fratelli. 

Perché lì, anche a Pizzo lungo, dove erano stati cancellati, ridotti a brandelli e uccisi volevano realizzare addirittura uno stabilimento balneare, quindi calpestarne ancora la memoria. 

Quindi io sentii forte la responsabilità della storia, del doverla raccontare, però non avevo trovato la modalità per poterlo fare e lo spazio.

Poi accadde che nel 2002 si aprì il processo nei confronti dei mandanti della strage ed in quella occasione ebbi modo di conoscere Libera, di conoscere Don Ciotti e per me è stato importante. Perché ha dato voce, mi ha permesso di raccontare quello che era accaduto a Pizzolungo.

Ed il fare memoria, il raccontare mi è servito a comprendere e a dare un senso al dolore che ho provato, mi è servito per sentirmi parte di una comunità, sentirmi compresa, perché ad un certo punto era come se tutti si volessero dimenticare di questa storia, non parlo dei miei affetti più cari,  degli amici, parlo della comunità di Trapani e della comunità dove tutto era avvenuto, ma non perché non interessati, ma perché ciascuno è preso dal proprio orticello e dal coltivarlo. 

Grazie a Don Ciotti e grazie alla possibilità di raccontare la mia storia, come tante altre storie, dando voce a tutte le vittime innocenti di Mafia questo mi è servito, l’impegno con Libera mi è servito, il fare testimonianza mi è servito.

Mi è servito da una parte a salvaguardare la memoria di chi ho parlato fino ad ora, ma dall’altra parte mi è servito come percorso personale perché il trovare il senso del dolore che ho provato e che continuo a provare, mi ha dato la forza di andare avanti, di impegnarmi ancora di più nel cercare sempre di più di affermare quella giustizia sociale, partendo anche da un dolore privato, ma affermare quella giustizia sociale che significa camminare insieme, come se avessimo una bussola in cui il noi del Sud Est Nord Ovest possono essere dei punti cardinali dove c’è il Noi del Nord, c’è la E che è una congiunzione e non un’affermazione, c’è l’andare 

Oltre tutti insieme dell’Ovest,  che non è pensare a sentimenti negativi come l’odio, ma bisogna andare tutti insieme e non provare sentimenti negativi che fanno stare; male chi? 

Fanno stare male chi li prova non chi ti ha provocato tanto dolore.

Nel mio percorso ho compreso questo: quanto è importante non provare sentimenti negativi perché mi farebbero stare male e poi guardare al futuro con Speranza, la S del Sud, e allora forse, mettendo insieme questi punti cardinali io sono arrivata a questa conclusione grazie al percorso fatto di testimonianza e di incontro con l’altro, di non chiudermi in me stessa.

Non voglio recriminare chi invece ancora vive il dolore in maniera diversa, però allo stesso tempo mi auguro che anche ascoltando le mie parole o quelle di tanti altri familiari di vittime innocenti di mafia che si sono impegnati e che hanno cercato nell’incontro con l’altro di convivere, di trovare una convivenza pacifica con il dolore provato nel momento in cui abbiamo perso il nostro caro, i nostri cari, i miei cari in questo caso, e che si continua a provare perché l’intensità del dolore è uguale: io provo lo stesso dolore che ho provato il 2 aprile 1985.

Quello che ci stai raccontando ci aiuta a capire che il dolore, non vuol dire che ci si chiude in quello, ma che si ricorda quello che è mancato, e che si vive con la speranza di poter andare oltre.

Proprio per dare speranza a tante donne che vivono in solitudine alcune sofferenze, perché capita nel mondo anche familiare che ci siano delle ingiustizie. 

Cosa ti sentiresti di dire, soprattutto riguardo al fatto che tu hai trovato la strada attraverso il collegarti ad altri.

Alle donne che rischiano di rimanere vittime del loro stesso dolore cosa vorresti dire.

Di non sentirsi sole e di condividere il loro dolore, il loro essere, di condividerlo con gli altri.

Non sentirsi sole significa anche non pensare che nessuno le possa comprendere.

Affidarsi a persone serie perché ci sono in giro persone che vorrebbero sfruttare il dolore altrui, e l’importate e riuscire a smascherare le persone che vogliono approfittarsi del dolore degli altri e strumentalizzarlo.

Fare attenzione sicuramente, però condividere il proprio dolore con gli altri, affidandosi a delle persone serie, sicuramente non ti fa sentire sola.

Un grazie Margherita perché, attraverso la lettura o l’ascolto della tua storia, tante altre donne che nella vita hanno avuto tanti altri dolori, possono andare in risonanza con quello che è nel tuo racconto, quindi un pò come una cura; nel momento in cui racconti questa vicenda con quella parte di dolore è come se le persone abbiano la possibilità di lavorare sul proprio dolore perché vanno in risonanza e in qualche modo possano anche comprendere come poter ricordare quella cosa come un ricordo che aiuti ad andare avanti anziché un ricordo che ti tiene chiusa alla vita.

Ancora grazie per aver dato questo messaggio di speranza a tante donne che hanno bisogno di essere sostenute e di sentirsi parte di qualcosa di più grande, quindi di non essere sole.

Grazie a voi!

Intervista a cura di Donatella Metelli