parvinder kaur
Mi chiamo Parvinder, sono nata in India e all’età di 6 anni ho raggiunto mio padre in Italia insieme alla mia famiglia.
Ho concluso il mio percorso formativo diplomandomi in perito aziendale corrispondente in lingue estere.

Subito dopo il diploma mi è stato combinato il matrimonio con Ajaib, un ragazzo scelto dalla mia famiglia.
Nonostante si trattasse di matrimonio combinato, il nostro rapporto inizialmente era molto bello, eravamo entrambi molto innamorati anche se c’erano già dei primi segnali che io ho interpretato come semplice gelosia di coppia. Io ero autonoma, parlavo l’italiano, avevo un lavoro, avevo la patente e gestivo le spese. Lui invece non conosceva la lingua, non riusciva a trovare lavoro, non aveva la patente e tutto questo lo metteva a disagio soprattutto se si pensa che venie da un Paese dove la donna non conta nulla ma ha solo il dovere di accudire la casa e i figli.

La situazione peggiorò quando ebbi il mio primogenito, una bambina. Il problema non era tanto suo ma di sua madre che voleva a tutti costi un erede maschio. Dopo la nascita di Kiranjot, la mia ex suocera, iniziò ad odiarmi ed a rendermi la vita difficile, creandomi non pochi problemi.
Minacciò diverse volte di far risposare Ajaib se non avessi dato luce a un erede, iniziò ad umiliarmi e a distruggere la mia autostima dicendomi che non valevo niente, che ero come una scarpa e suo figlio poteva cambiare quando voleva… anche Ajaib era molto stressato da questi atteggiamenti della madre ma non ebbe mai il coraggio di risponderle, dipendeva totalmente da lei (lei gli rinfacciava che era rimasta vedova molto giovane e che non si era rifatta una vita per loro).

Rimasi incinta di nuovo, non fu una gravidanza facile per via di tutto lo stress e le pressioni che subivo ogni giorno. I problemi con l’alcool di Ajaib peggiorarono, ebbe molti incidenti stradali ed in uno di questi rischiò la vita.

Lo shock complicò la gravidanza ma fortunatamente Abhijot nacque sano.

Speravo che con la nascita del tanto desiderato erede maschio le cose migliorassero, invece nulla cambiò. 

Con la suocera sempre in casa e i problemi di alcolismo di Ajaib resero la mia vita un inferno. Mi sentivo molto sola, a poco a poco mi allontanarono da tutti, non vedevo e non sentivo più le mie amiche, a mala pena riuscivo a sentire i miei genitori. Potevo telefonar a loro solo davanti ad Ajaib e sua mamma in modo che anche loro potessero ascoltare le nostre conversazioni. I litigi erano all’ordine del giorno, Ajaib divenne sempre più violento, alzava le mani in continuazione, anche davanti ai bambini.

Le cose andarono avanti così per molto tempo finché a luglio 2015 lui alzò le mani anche sui bambini. Decisi di troncare il nostro rapporto malato e di andarmene via con i bambini. Lui e sua madre mi aggredirono, non contenti chiamarono i miei fratelli dicendo loro di riprendersi la loro figlia ingrata. Lui alzò le mani anche sui miei fratelli e i vicini chiamarono i carabinieri, io segnalai tutto. Loro due se ne andarono dal fratello di Ajaib mentre io e i bimbi a casa dei miei genitori. La notizia si divulgò tra i parenti e tutti si radunarono a casa di mio fratello e mi obbligarono a ritornare da lui per onore della famiglia. Mi portarono da lui, nonostante i miei genitori fossero contrari, mi fecero inginocchiare davanti alla sua famiglia e implorare il loro perdono. Quel giorno morì una parte di me.

Anche se una parte di me non lo voleva, decisi comunque di darci una seconda possibilità. Ajaib mi promise di cambiare, ma nulla cambiò. I litigi non erano calati e nemmeno le violenze nei miei confronti. Ma tutto peggiorò drasticamente quando venni a scoprire che Ajaib aveva iniziato a fare uso di droghe. Volevo andarmene via con i bambini, non si meritavano di vedere tutto questo. Più volte gli dissi che me ne sarei andata via con i bambini se non avesse smesso.

Il 20 novembre 2015, il giorno dopo il compleanno di Abhijot, Ajaib mi chiese il mio stipendio perché sua madre partiva per l’India e dovevo darle i miei soldi. Io non avevo ancora preso lo stipendio e al mio rifiuto si scatenò la loro ira. Lei chiamò l’altro figlio e si chiusero in camera per discutere. Dopo circa mezz’ora se ne andò col figlio maggiore. Ajaib venne da me ed iniziò a urlarmi contro e a essere violento… io non ce la facevo più e gli dissi che era finita, che volevo chiedere la separazione. A queste parole non reagì bene, decise di finirmi. Inizialmente cercò di convincermi a perdonarlo ed a rimanere con lui, poi iniziò con frasi tipo “ti amo” “ io non vivo senza te sei la mia vita” “se te ne vai prima amazzo te poi mi suicido”. Era molto agitato. Aveva gli occhi rossi. Prese la bottiglia di Diavolina liquida e mi gettò addosso il liquido… i bambini erano terrorizzati, stavano guardavano tutto… mentre cercavo di liberarmi da lui guardavo intorno una via di uscita, ma era tutto chiuso… le finestre… la porta…. Lui cercava di bloccarmi… avevo il cuore in gola… avevo paura…

Non so come ma riuscì a liberami dalle sue braccia e corsi nella stanza dei bimbi dove c’era la porta finestra aperta, scappai fuori e corsi fino al cancellino… non potevo andarmene senza Kiranjot e Abhijot… il pensiero che lui potesse fare loro del male o lasciarli lì senza di me non mi fece muovere… lui era dietro di me… continuò a parlare… Non ricordo bene cosa mi dicesse… io ripeterò non voglio morire… guarda che mi ammazzi per davvero…Non è un gioco.. smettila…

Ricordo che mi abbracciò e accese l’accendino rosso… vidi delle fiamme tra noi due… mi liberai dal suo abbraccio e mi accorsi che prendevo fuoco…. incominciai a urlare aiuto… uscirono i vicini…. i bimbi erano sull’uscio di casa che mi guardavano avvolta dalle fiamme… Kiranjot iniziò a urlare e copri gli occhi di Abhijot…. Non so quante volte sono svenuta… Non so anche chi abbia spento le fiamme…. sicuramente sono stati i vicini… ho dei ricordi frammentati… ricordo che lui mi colpiva…. ricordo che non avevo più niente addosso…. ricordo di aver portato i bimbi a casa sul divano… di averli detto che non era successo niente che era solo un brutto sogno che io stavo bene ricordo la vicina di casa che mi guardava terrorizzata ricordo la vasca da bagno piena di acqua e dei miei capelli bruciati…. il respiro che mi mancava… i soccorritori che cercavano di tenermi sveglia ma sapevo che era arrivata la mia ora… chiedevo di mia cognata volevo assicurarmi che si prendesse cura di loro… ricordo che mi hanno caricato in ambulanza e fuori cerano tantissime persone…. Non riuscivo più a respirare neanche con l’ossigeno…. gli occhi che si chiudevano da soli una voce lontana che mi chiamava e io che supplicavo Dio perché non volevo morire….

Mi risvegliai nel reparto terapia intensiva ustionati di Villa Scassi Genova. Non capivo niente… non riuscivo a parlare e nemmeno a muovermi…. delle infermiere cercarono di spiegarmi cosa era successo ma ero talmente stordita che veramente non capivo… piano piano col passare dei giorni incominciai a capire cosa era successo.

Mi ricordo il primo giorno che provai a sedermi, stavo malissimo, mi girava la testa… credo di essere rimasta seduta per 5 secondi. La prima volta che ho “mangiato” un cucchiaio di acqua gel per poi sboccarlo, la prima volta che ho provato a stare in piedi e fare il primo passo come i bimbi.
Potevo vedere mio padre per pochissimo tempo da una finestra e parlava solo lui, cercava di tirarmi su di morale.

Ricordo che volevo guarire il prima possibile, mi mancavano i miei bambini e potevo vederli solo se fossi uscita dalla terapia intensiva. Contavo i giorni, i minuti, i secondi che mancavano e finalmente li vidi….sembrava fosse passata un’eternità… Kianjot era ancora terrorizzata, non si avvicinava più di tanto, forse per paura di farmi male. Abhijot invece si sdraiò in parte e si addormentò abbracciandomi. I giorni passavano ma io avevo ancora il terrore di specchiarmi, un giorno presi coraggio e grazie all’aiuto di un’infermiera mi guardai allo specchio e piansi non so per quanto…. ero un mostro… volevo la mia faccia, il mio corpo, la mia vita.

Passavo i giorni a domandarmi perché fosse capitato a me. Col tempo me ne feci una ragione.

Non potevo andare avanti piangendomi addosso, dovevo farmi forza e andare avanti, dovevo farlo per i miei figli, per me stessa.

Tra alti e bassi, piano piano ne uscì fuori. Non è stato facile, ho avuto la maggior parte della mia comunità contro e soprattutto tutti i parenti da parte di mio papà, mi hanno detto che ho disonorato la famiglia, si vergognano di me.

La mia famiglia ( specifico mio padre, mia madre, i miei fratelli e le mie cognate) mi è sempre stata vicina. Non mi hanno mai lasciata sola. Mi ritengo davvero fortunata ad avere una famiglia così. Il mio datore di lavoro mi ha mantenuto il posto di lavoro e rientrare al lavoro mi è stato di grande aiuto. Mi ha permesso di non pensare ai miei problemi personali. Tra le persone che mi sono rimaste più nel cuore oltre ai vicini di casa a cui devo la vita sono i miei compaesani dellesi per la solidarietà data.

Oggi a distanza di anni posso dire di stare bene. I bambini stanno bene, lo shock è rimasto ma sono sicura che col tempo dimenticheranno tutto. Questa esperienza per quanto sia brutta in un certo senso mi ha aiutato a capire quanto valgo veramente.

Quando ricevetti il mio premio Standout Woman Award dalla carissima amica Annamaria Gandolfi, non credevo di meritarmelo, ero in una fase molto delicata della mia vita; ero pressata dalla comunità, dai parenti a perdonarlo e, nonostante tutto quello che fosse successo, di ritornare da lui.

Ma essere nominata a questo premio, nella sezione coraggio, mi ha fatto capire quale fosse la strada giusta da prendere; mi ha fatto capire che era ora di dire veramente basta, anche se questo significava andare contro tutta la comunità.

Dovevo essere io quella voce di quelle ragazze indiane che subiscono in silenzio, che sono costrette ad accettare tutto, a subire violenza, pur di tenere la famiglia unita.

Dovevo denunciare per me, per mia figlia, per il suo futuro, ma anche per quelle ragazze della mia comunità, dovevo esser il loro faro, la loro luce di speranza.

Dopo aver ricevuto Standout Woman Award la mia vita è cambiata totalmente: ho deciso di portare la mia testimonianza in giro per l’Italia in modo da poter aiutare le donne a non sentirsi sole e a denunciare.

Collaboro con vari centri di antiviolenza, faccio parte di   Wall of Dolls Onlus: un’associazione che aiuta le donne vittime di violenza e gli orfani di femminicidio economicamente.

Poi da poco è nato anche il progetto Confagricoltura Donna Brescia, è una sezione dell’associazione di categoria Confagricoltura che valorizza l’imprenditoria femminile nel settore agricolo.

«In fondo mi ama»

È la frase tipica che dicono le donne che subiscono violenza. È anche un modo per giustificare la scelta di essere rimasta a fianco di un uomo violento ma le parole da notare sono “in fondo” e non “mi ama”». Alla fine si finisce in un tunnel dal quale non si sa come uscire.

Accelerazione impressa al rapporto

Dichiarazioni d’amore bellissime, adulazioni, corteggiamenti. Con queste e altre tecniche di seduzione, gli uomini che poi diventeranno violenti cercano in genere di imprimere un’accelerazione al rapporto: non è raro che tra il primo appuntamento e la convivenza o il matrimonio passino meno di sei mesi. All’inizio adulatori, dichiarazioni bellissime. «Questo accade per non dare il tempo di conoscersi e per stringere la donna nella relazione prima che lei si renda conto di chi ha di fianco. Una volta entrata nella relazione, per la donna è più difficile uscirne, diventa come una gabbia.

Estrema gelosia

Un altro segnale d’allarme è la gelosia eccessiva, che il tipico partner abusante inizialmente giustifica e motiva come un segno d’amore. Può cominciare con affermazioni tipo «Lo sai che soffro se ti vedo con un altro uomo accanto, anche se è un collega» oppure a fare domande retoriche del genere: «Non ti sembra di essere troppo scollata» oppure Perché hai telefonato al tuo ex?».

Possessività

Il passo successivo è la possessività, il desiderio di avere la persona soltanto per sé. L’uomo vuole accompagnare la donna dovunque (ad esempio al lavoro, per negozi), si aspetta che lei condivida con lui ogni informazione e che faccia con lui qualsiasi cosa.

Controllo

«Dove stai andando?». «A che ora torni?». «Con chi hai pranzato?». «Chiamami appena arrivi». L’uomo chiede anzi pretende di essere costantemente informato su qualsiasi spostamento e incontro. Il voler avere il controllo è la conseguenza della gelosia e della possessività. L’uomo prova a convincere la donna che con il suo comportamento dimostra che è attento e che si preoccupa, ma presto questo atteggiamento degenererà. «Il controllo oggi si manifesta molto e soprattutto tra i giovani con l’invasione sui social media e nell’email: l’uomo con la scusa di non avere segreti all’interno della coppia chiede di avere le password, ma questa è una forma di violenza, non di interesse»

Isolamento

L’isolamento è il tentativo del partner di alienare la donna da ogni rapporto affettivo e sociale. «È meglio che stiamo solo noi due». «Forse dobbiamo smettere di incontrare quegli amici». «Non serve che tu senta o veda tua madre così spesso». «Isolare serve non soltanto a indebolire la donna, ma anche a farle tagliare i rapporti con le persone, parenti o amici, alle quali potrebbe confidare che il suo uomo è violento».

Atteggiamenti svalutanti

Incapacità, inadeguatezza: nel comportamento dell’uomo violento c’è spesso il tentativo di svalutare la donna. Da frasi banali quali: «Non sai parcheggiare» a rimproveri più seri come «Quando i figli stanno con te sono più agitati, non sai tenere i bambini». A offese come: «Non sei abbastanza femminile».

Vittimismo

«Tu alimenti la mia gelosia», oppure «Il lavoro non va bene». «Gli uomini violenti tendono ad attribuire a fattori esterni la responsabilità dell’agito violento e non riconoscono di essere violenti. Riferiscono di avere un malessere, di essere in un periodo sbagliato o di avere difficoltà esterne». Questo comportamento potrebbe essere definito come vittimismo

Dipendenza economica

Infine, un modo con cui l’uomo tende ad avere potere sulla donna per far sì che lei dipenda da lui è impedirle di essere indipendente economicamente: vuole avere un unico conto corrente che controlla lui e giustifica inizialmente la cosa dicendo per esempio: «Così ti evito fatiche e non te ne devi occupare tu». «L’aspetto economico è fondamentale perché se la donna non è indipendente molto difficilmente potrà agire».

Quando accettiamo di subire la violenza per il bene dei nostri figli, per tenere la famiglia unita in realtà non gli stiamo aiutando ma gli stiamo facendo veramente del male.

La violenza assistita da minori è una forma di abuso minorile, un maltrattamento psicologico.

La violenza domestica, ha degli effetti dal punto di vista fisico, cognitivo, comportamentale e sulle capacità di socializzazione dei bambini e degli adolescenti:

Impatto sullo sviluppo fisico: il bambino, soprattutto in tenera età, sottoposto a forte stress e violenza psicologica può manifestare deficit nella crescita staturo ponderale e ritardi nello sviluppo psico motorio e deficit visivi.

Impatto sullo sviluppo cognitivo: l’esposizione alla violenza può danneggiare lo sviluppo neuro cognitivo del bambino con effetti negativi sull’autostima, sulla capacità di empatia e sulle competenze intellettive.

Impatto sul comportamento: la paura costante, il senso di colpa nel sentirsi in un qualche modo privilegiato di non essere la vittima diretta della violenza, la tristezza e la rabbia dovute al senso d’impotenza e all’incapacità di reagire sono conseguenze che hanno un impatto sul bambino esposto a violenza. Inoltre possono insorgere fenomeni quali l’ansia, una maggiore impulsività, l’alienazione e la difficoltà di concentrazione. Sul lungo periodo tra gli effetti registrati ci sono casi più o meno gravi di depressione, tendenze suicide, disturbi del sonno e disordini nell’alimentazione.

Impatto sulle capacità di socializzazione: subire violenza assistita influenza le capacità dei più piccoli di stringere e mantenere relazioni sociali.

Da donna a madre vi consiglio quindi di allontanarvi da quel uomo prima che sia troppo tardi.

Parvinder Kaur Aoulakh