mani di uomo e donna
Gabriella
Sono prossima a sposarmi e mi domando se sto facendo la cosa giusta. Non so se sia lo stress dei preparativi, il cambiamento di vita che mi aspetta nell’andare a convivere.
Cosa posso fare per ritrovare me stessa?”

Sono le scelte importanti della vita a porci nuovi interrogativi, a calarci nei dubbi filosofici a cui è sempre difficile dare una risposta certa.

Se ritorno indietro negli anni, ben 35 anni fa, mi rivedo nella stessa situazione di Gabriella con quella domanda insistente che ogni giorno, soprattutto negli ultimi giorni, bussava dentro al mio cuore. “ Sto facendo la cosa giusta? Sono pronta ad affrontare questo cambiamento importante? E se mi accorgessi, nel breve giro di tempo, di non essere in grado di portare avanti con equilibrio la nuova scelta? Se mi accorgessi che la realtà non fosse quella che ho rappresentato nella mia mente, fiduciosa di un futuro nuovo nella veste di una moglie presente e un giorno di una madre accudente?” Ci si sente persi in quel tratto di vita, consapevoli che la vita può sorprenderci sempre e buttarci di colpo allo sbaraglio. Si sente quella voce interiore farsi strada in giornate dubbiose e battere dentro perché quell’interrogativo vorrebbe trovare risposte sicure legate alla fiducia, alla speranza di un futuro promettente.

Ma il futuro di coppia, come il futuro di tante nostre relazioni bisogna costruirlo insieme, giorno dopo giorno, come funamboli fra cadute e risalite

Avevo 29 anni e già alle spalle parecchi anni di condivisione con il mio compagno con cui la relazione è nata fra i banchi del liceo in quinta superiore. E in sincerità, con la scadenza della data del matrimonio sempre più vicina, sembrava assurdo che potessero esistere ancora interrogativi aperti, sperdimenti. Come gli scrivevo in una lettera parecchi anni dopo il nostro matrimonio, pubblicata in un com- pendio di lettere risolutrici che fanno parte del mio primo libro pubblicato “ Lettere ad un interlocutore reale. Il mio senso” …La vita quotidiana ci sommerge per necessità e costrizione. Siamo coinvolti ogni giorni negli obblighi di un lavoro adempiendo ai nostri doveri, rendendoci poi così saturi e spesso poco lucidi da non riuscire a porre resistenze e a maturare meglio come uomini. Diventiamo banali e superficiali, pensando ingenuamente che il tempo sederà tutti i nostri malumori.”

Il matrimonio ci mette anche a dura prova come tutte le scelte importanti e motivazionali della vita; durante questo percorso comune impariamo a conoscere sempre più l’altro, i suoi pregi come i suoi difetti, le nostre fragilità come le nostre inadempienze.

A volte, per assurdo, ci troveremo a rinunciare anche ad un sano confronto dialettico per non scompaginare vecchie abitudini, per la fatica che comporta vestire il conflitto, per la paura di innescare durezze e fragilità sopite, molte delle quali acquisite da educazioni famigliari pregresse.

I silenzi sgradevoli a volte prenderanno sopravvento e avranno la meglio in giornate rese più apatiche, arrendevoli, perché la vita sa essere anche abitudinaria, monotona, poco portata a nuovi entusiasmi o progetti.

Credo sia importante non temere l’attraversamento di questi guadi con la consapevolezza , nostra, che sono soglie importanti da superare per imparare a crescere insieme ma nella diversità, per trovare nuovi equilibri e assetti emotivi più compensativi, per ritrovarsi ad essere più complici e resilienti di fronte alle intemperie della vita.

Senza fatica, e a chiare lettere va detto, non si cresce ; ci si illude di crescere, ma poi, come spesso accade, un evento “ squarciante” ci fa capire con forza che abbiamo perso tempo, per conformismo, per timore di farci conoscere nelle nostre nuove sfaccettature.

Il cambiamento, va detto, è sempre atto di forza, di conquista, di nuovo bilanciamento nel rapporto vissuto con se stessi e con gli altri.

La crisi, il sano litigio aiuta a conoscere l’altro con più trasparenza e ad entrare in profondità anche se questo passaggio comporta il sentirsi delusi, frustrati, apatici.

E’ l’atteggiamento nostro da considerarsi prioritario nell’avanzamento di una relazione; avere dentro sé quel sano ottimismo dell’incertezza e del mistero che è parte intrinseca dell’altro, è sempre fonte di buono discernimento, di consapevolezza della vita che a tratti si infrange, smuove, alimenta la diversità.

Mai perdere l’entusiasmo del dare parola , contenuto al nostro modo di sentire. La parola si accompagna sempre alla cura. Vale più una parola nutrita del sé “ è successa questa cosa e adesso mi sento così” …che puntare il dito sull’altro facendolo sentire colpevole di ciò che avvertiamo come mancanza.

Come posso educare emotivamente qualcuno a me accanto se non ho parole coerenti al mio modo di essere nemmeno per me?

Una buona centratura sul sé è sempre indice di carattere maturo, di equilibrio relazionale.

La vita va indossata nelle sue asperità senza temerla; quella sfida che ci mette sempre sul limite va accettata con congruenza e non dobbiamo mai dimenticare che quella sfida pregevole riguarda più noi stessi che altri che ci siedono accanto.
Finivo quella lunga lettera dedicata a mio marito, che spaziava dagli albori del nostro rapporto di coppia, con le stesse parole che mi animano oggi e che non ho perso nel tempo: “ Te lo dico sempre Lorenzo, che un grande uomo è un uomo appagato dentro. Ed è solo la nostra sensibilità che ci conduce su questo cammino comune. Poi ti chiedo di non smettere mai di tornare a leggere le mie lettere. Le tue mi sono state di grande conforto nei momenti terribili di agonia; in esse ho ritrovato te, il tuo profondo ed in parte anche me stessa. Un avvertimento infine, Lorenzo. Con il tempo non dimenticarti più di come sono fatta io interiormente. Se mi vedrai persa, aiutami; se avrò poco da dire, fai la tua parte; se non ti amerò abbastanza, fammelo capire.

E quando infine penserai di conoscermi a fondo, ricordati che non hai sondato ancora il mio terreno e quanto possa essere fertile. E non mi sottovalutare mai, ti prego. L’amore a volte fa dei strani giri, si perde e quando si ritrova è ancora più intenso.”

Oggi come non mai bisogna lavorare intensamente al lato sentimentale e educativo della vita e credo che le donne siano le più forti depositarie di queste peculiarità perché per natura sono le più facilitate a parlare di memoria, di sofferenza, di emozioni. Questa parte di vita va rivalutata e rifondata perché troppi gap ci dividono gli uni dagli altri senza restituirci ad una vita più consona all’umano.

Il filosofo U. Galimberti trova parole sempre acute e importanti su questi temi che dobbiamo imparare a nutrire con quel coraggio e quel senso di responsabilità individuale che ci chiede di prendere posizione quando avvertiamo ingiustizie, incongruità e violenze. Prendere posizione, oggi, significa avere carattere, credere nelle verità umane, vestire i valori di una democrazia sempre più egualitaria e dispensatrice di sane virtù. Tacere e mettersi all’angolo significa subire la vita e non esserne protagonisti.

Mi chiede Gabriella… cosa posso fare per ritrovare me stessa…credo in parte di averle già risposto dicendole che la vita va cavalcata, inseguita sentendosi sempre investite da un senso di responsabilità forte verso gli affetti ma anche verso il mondo che ci circonda. Mai pensare che il seminato non abbia buon fine; la prima vera forza è quella volontà ricca che ci fa prossime al cambiamento, alla fiducia, alla parola che può trasformare gli animi.

Mettere poi nero su bianco con dei pensieri, delle lettere, aiuta a vedere con chiarezza dentro noi e anche ad avvicinarci agli altri con maggiore leggerezza e soprattutto in momenti delicati e di cambiamento come questo citato da Gabriella la penna non andrebbe mai dimenticata trasferendo le emozioni che sentiamo su un foglio bianco. Le emozioni vanno depositate, dette, per imparare a fortificarle e a trasformarle in forza del carattere, in proprietà ausiliatrice.

Sonia Scarpante