“Presentiamo in questo numero
un’artista poliedrica,
pittrice e fotografa, madre di tre figli
e donna impegnata nella comunità
in cui vive.”
Chi è e dove lavora Serena Gallini
Serena Gallini, nata a Milano nel 1977,
cresciuta a Fener (BL),
ha vissuto dieci anni a Brescia
ed ora risiede ad Aieta (CS).
Ha acquisito il diploma di maturità artistica
a Treviso e si è laureata all’Accademia
di Belle Arti di Brera a Milano nel 2001
con la tesi “Giorgio Morandi e la poesia
del periodo”,
e con il lavoro pittorico
Il porto sepolto nel quale già si delinea
la sua poetica.
il porto sepolto
Il porto sepolto, otto dicembre, 2001.

Nel suo lavoro di pittrice utilizza sempre la fotografia come punto di partenza; la macchina fotografica è per lei il mezzo per prendere appunti. Appunti che a volte rielabora con la pittura, a volte diventano serie fotografiche, ed altre volte ancora divengono entrambe le cose.

Serena ha visitato molti paesi tra i quali Stati Uniti, India, Messico, Marocco, Tunisia, Vietnam, Laos, Portogallo, Francia, Eritrea, Perù, Guatemala e la Cambogia, paese che ama particolarmente e nel quale è tornata più volte.

Oltre ad aver partecipato a numerose mostre collettive, ha realizzato varie personali in Italia e all’estero.

Al momento è impegnata a tempo pieno come mamma di tre bambini e “con la loro partecipazione” ha realizzato una serie di sculture luminose esposte nel 2015 a Brescia. 

E’ stata eletta Consigliere comunale ad Aieta dal 2016 al 2021 con delega alla cultura ed alla relazione scuola famiglia. Attualmente è delegata del comune di Aieta a rappresentare il borgo nell’Associazione “I borghi più belli d’Italia” ed è responsabile culturale nell’Associazione calabrese dei “Borghi più belli d’Italia di Calabria”.

Il tuo percorso artistico si esprime tra pittura e fotografia,  legati dallo stesso sguardo interiore. Ci racconti delle tue modalità di ricerca?

Nel mio lavoro vado sempre in profondità, con un’attenzione al presente che mi circonda, ma allo stesso tempo con uno sguardo interiore, che cerca relazioni col passato e con la memoria dei luoghi, degli oggetti e delle persone.

La fotografia è il mezzo che utilizzo come primo approccio al soggetto, è il punto di partenza del quale rimane, alla fine, solo qualche traccia. Rappresenta la radice, il luogo nascosto, il nostro essere più intimo custodito in profondità. Attraverso la fotografia osservo e catturo immagini che sono pensieri ed emozioni, questo accade sia nei viaggi, sia nei soggetti in studio. Prediligo la fotografia analogica e le stampe in B/N che sviluppo in camera oscura. L’elaborazione di queste immagini, la selezione accurata e il processo manuale sono  tutti passaggi fondamentali che mi portano ad una progettazione meditata del lavoro definitivo.

La gestualità pittorica trasforma poi quell’immagine, la cancella in parte e la ripropone con una vitalità nuova, vibrante, espressione del percorso emozionale del pensiero che connette ciò che è memoria del vissuto col presente, come nella  serie di opere realizzate in grande formato: Angkor. Paesaggio intermedio tra terra e sogni e  Indocina. Appunti di viaggio lungo il Mekong.

Il tema del viaggio, la curiosità verso mondi lontani, la conoscenza veicolata dalla fotografia, quanto hanno influito sul tuo lavoro artistico?

Il viaggio rappresenta un aspetto fondamentale che ha profondamente cambiato il mio approccio con la vita.
La scoperta e la conoscenza di ciò che non ci appartiene e che sentiamo lontano è stimolante e sempre istruttiva, ma è l’emozione che lascia il segno.

Quando si creano relazioni autentiche con le persone e si “vivono” intensamente dei luoghi, essi diventano parte di noi e senti la necessità di ritornarvi più volte. Non sempre accade. 

 

La fotografia, nei viaggi, è lo strumento che mi permette di prendere appunti visivi. Immagini che successivamente possono trasformarsi in una serie di dipinti, come è stato per Paesaggio intermedio tra terra e sogni, dove i soggetti sono i templi del sito archeologico di Angkor in Cambogia, oppure, come in Eritrea, la fotografia rimane la forma di espressione artistica che racconta “l’incontro” con luoghi e persone.

Rigore formale e bellezza dell’immagine, queste sono le caratteristiche che cerco quando scatto una fotografia.
Bellezza non appariscente, ma profonda ed evocativa. Quella degli sguardi della gente, della fierezza di uomini, donne e bambini, della loro curiosità e della grande dignità che ne trapela. 

Non solo persone, mi incantano anche i paesaggi, mi emozionano gli alberi secolari, osservo l’architettura, fotografo ciò che mi attrae e mi trasmette sensazioni positive. La bellezza come veicolo di valori universali.

Ho utilizzato Nikon al collo e Mamiya su cavalletto, non sempre sono riuscita nel mio intento e molte “fotografie perse” sono rimaste un ricordo.

Attraverso il linguaggio fotografico hai realizzato due serie di lavori: In punta di piedi (2006) e Dal paese delle meraviglie (2007). La fotografia come strumento e non fine, per dare vita a opere dove il soggetto principale è la bambola, un gioco d’infanzia, ma che diviene allo stesso tempo una sorta di alter ego, una riflessione sulla memoria, sulla crescita, sui passaggi della vita.

In punta di Piedi è nato dalle suggestioni di una nevicata mentre mi trovavo a casa dei miei genitori, la casa della mia infanzia. E’ stata un’intuizione improvvisa, la neve come una sorta di limbo che crea l’incanto. Ho preso i vecchi giochi ancora conservati, alcuni erano appartenuti a mia madre, quelli con i quali da bambina trascorrevo le giornate. Davanti all’obiettivo della Mamiya, bambole e pupazzi non erano più oggetti, ma soggetti. Per i bambini, i propri giocattoli sono veri compagni con un’anima e dei sentimenti. 

Ho provato a fare lo stesso, a rimetterli in gioco, ma essendo adulta li ho solo osservati, in punta di piedi, senza disturbare, guidata dall’emozione dei ricordi.

La serie Dal paese delle meraviglie rappresenta la crescita di “Alice” e il passaggio all’età adulta fatta di domande, inquietudini, amore.

Il timore e la voglia di svelarsi e di conoscere.
Le riprese sono state realizzate in studio, con fotocamera a Banco ottico, affinchè il dettaglio, il colore, e le  immagini nitide calassero quei vecchi giochi nel presente.

Le stesse tematiche sono contenute anche nel primo lavoro fotografico, Autoritratto del 2000, dodici immagini in B/N nelle quali il mio viso compare poco alla volta dietro un vetro appannato, in un gioco di riflessi.

Una rappresentazione del mio essere in quegli anni.

Col tempo si acquista sicurezza e consapevolezza di noi stessi e si cambia.
Oggi, ripensando a quell’autoritratto rivedo com’ero, ma lo rifarei con uno spirito diverso.

Al momento sei impegnata a tempo pieno come mamma di tre bambini. I tuoi figli sono diventati i soggetti di un progetto fotografico e “con la loro partecipazione” hai realizzato una serie di sculture luminose intitolate Girotondo. Cosa ha significato per te l’esperienza di madre e artista?

Esiste un “prima” e un “dopo”. Diventare madre rappresenta un cambiamento radicale nella vita di una donna. Una svolta che avviene nel momento in cui prendi in braccio per la prima volta tuo figlio. Cambiano le priorità, si alternano fasi di sfinimento a fasi di gioia rigenerante, non si pensa più “io” ma sempre “noi”.

Avendo avuto tre figli con poca differenza tra uno e l’altro, per un lungo periodo non ho avuto  l’energia e la possibilità di pensare a me stessa. Ma la creatività è una forza interiore che cresce fino a diventare necessità di espressione, a quel punto non è più possibile trattenerla e rimandarla. Adattandomi alla situazione ho cominciato a ritrovare lo stimolo creativo osservando i miei figli, le loro personalità, i giochi, le relazioni, le loro paure. Sono nati così dei lavori nuovi.

Il progetto fotografico I miei figli, nel quale ho cercato di cogliere momenti e aspetti delle loro vite.Fotografie che li caratterizzassero, nelle quali erano consapevoli  di essere il soggetto, realizzate con la loro attenzione e partecipazione.

Girotondo invece rappresenta l’accoglienza e il conforto che la famiglia dà al bambino. 

Si tratta di una serie di sculture luminose fatte di carta, ottenute dal calco di alcuni peluches dei miei figli messi in “relazione” con palline e palloncini. (Non c’è gioco più straordinario di una palla per un bambino piccolo). Girotondo è un “dialogo silenzioso”, sereno e confortante. Anche in questo caso ho chiesto la collaborazione dei miei figli, dovevo avere il loro permesso per sottrargli i compagni di gioco, fondamentali soprattutto per dormire tranquilli. Circa due settimane era il tempo necessario per la realizzazione dei calchi con la promessa che poi gliene avrei restituiti due, uno dei quali avrebbe illuminato la loro stanza di notte.

Il tuo interesse per l’arte e per la cultura si è manifestato anche con l’impegno assunto in ambito politico e sociale. 

La candidatura non è stata una scelta meditata, ho accettato la proposta senza avere idea di cosa significasse assumersi un impegno politico in un piccolo borgo.  

Cinque anni di consiliatura sono stati importanti, mi hanno permesso di conoscere la realtà in cui vivo, relazionarmi con una mentalità diversa, immaginare prospettive nuove per la collettività. Una responsabilità ed un impegno non indifferenti che però mi ha dato molte soddisfazioni.

Come delegata alla cultura in cinque anni ho curato importanti mostre nelle sale del Palazzo Rinascimentale di Aieta. Progetti nei quali ho coinvolto più figure professionali, studiosi, associazioni che operano culturalmente nel territorio e non è mai mancato il supporto di mio marito Ken Damy.

Ho avuto la possibilità di proporre e realizzare laboratori creativi presso la scuola secondaria e dell’infanzia di Aieta. Esperienze che mi hanno permesso di  interagire anche con i cittadini più giovani.

Uno degli ultimi progetti proposti come artista e consigliere è stato “Omaggio agli Emigranti di Aieta” (ancora in lavorazione), una sorta di museo diffuso nel borgo, realizzato su alcune panchine del centro storico.

Sono molti i discendenti di emigranti di Aieta che oggi tornano per vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana con la prospettiva di cominciare una nuova vita in Europa.

Ne ho conosciuti parecchi in questi anni cercando di aiutarli nella relazione con l’ufficio anagrafe e nella ricerca di tracce e testimonianze dei loro avi tra i registri dell’archivio storico conservati in Comune. Mi ha sorpreso l’amore ed il legame che molti di loro provano per questa terra, se ne sentono parte senza averla mai conosciuta. Una memoria tramandata dalla famiglia che non ha mai smesso di raccontare le proprie origini.

Le bandiere di Argentina, Uruguay, Brasile,Venezuela, Italia ed Europa. Presente, passato e futuro.

donna eritrea
Donna con gallo e il suo bambino, Eritrea, 2008.

Quale messaggio vorresti trasmettere ad altre donne che sono alla ricerca del proprio potenziale?

Seguire le proprie passioni, sempre. Affrontare novità e cambiamenti senza paura.

Non limitarsi. Si può fare tutto. Ogni esperienza vissuta con consapevolezza arricchisce profondamente e aggiunge significato alla vita. Successo e riconoscimento non devono mai essere il fine del proprio lavoro, ma una possibilità.

Immagini di Serina Gallini

Intervista a cura di Mina Tomella