“Per favore lasciatemi nell’ombra, nell’ombra vedi, alla luce non vedi perché ti abbaglia”
Chi è Loredana Parmesani
Storico e critico d’arte, si occupa anche di design, moda, spettacolo e comunicazione. In parallelo agli studi di Filosofia con indirizzo in Estetica, ha ampliato il suo percorso con approfondimenti nell’ambito della Storia dell’arte e delle varie branchie della ricerca artistica. È autrice di pubblicazioni sull’arte contemporanea, tra cui I colori della notte (Politi, Milano 1987), Arte & Co. (Politi, Milano 1993), L’arte del secolo. Movimenti, teorie, scuole e tendenze 1900-2000 (Skira, Milano 1997), oltre che di numerosi saggi in libri e riviste.
Banda del Marameo
Loredana Parmesani interpreta la performance “Marameo”, 1968

Ha creato una Collana editoriale per conto dell’Accademia dello Scivolo e della Casa Editrice Postmediabooks, un progetto la cui finalità è la ricostruzione della storia dell’Accademia dello Scivolo, delle avventure dei personaggi virtuali che l’hanno creata e dell’attività artistica di Aldo Spoldi (Postmediabooks, Milano 2018/2019/2020/2021/ 2023).

Ha organizzato e collaborato alla realizzazione di numerose mostre tra cui: “Registrazione di frequenze”, Bologna 1982; “Arte Italiana 1960/1982”, Hayward Gallery, Londra, 1982, “XI Quadriennale”, Roma 1985; “Arte Italiana”, Palazzo dell’arte, Mosca, 1988, “Take Over”, Milano, Los Angeles, New York 1990/1991; “Business Art-Art Business”, Groningen 1993; Padiglione italiano “XLV Biennale”, Venezia 1993; “Milano anni novanta”, Milano 1994; “Arte per tutti”, Codogno 1996.

Ha organizzato e partecipato a convegni tra i quali: Critica oggi, Pisa 1984; Il mostro quotidiano, Mantova 1985; Arte ed etica, Palazzo della Triennale, Milano 1999; Arte e Teatro, Milano 2000; Io mento, Piacenza 2002; Il possibile dal punto zero. Ultimatum all’arte moderna, Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea 2003.

Ha ricevuto premi e conferimenti prestigiosi in Italia e all’estero.

È fondatore e membro permanente dal 1984 della giuria del Premio Francesca Alinovi ed è Membro del Collège Pataphisique. Ha collaborato come consulente artistico ad alcune trasmissioni speciali dedicate all’arte sulla rete televisiva Tele+.

È stata, dal 1999 al 2006, conservatore e direttore artistico della Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea.

Per l’attività didattica ha coordinato l’area culturale dell’Istituto Europeo di Design, dove insegna Storia dell’arte. Insegna inoltre la stessa disciplina presso l’Istituto Superiore di Comunicazione di Milano, ed Estetica presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, l’Università Bocconi e in corsi universitari di alta formazione

Dal 2005 ha anche l’incarico di docenza di Sociologia dei Processi Culturali all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.

Alla fine degli anni sessanta eri già autrice di testi critici e organizzavi mostre, e contemporaneamente eri impegnata a fare “marameo” negli happening organizzati dalla banda scapigliata di Aldo Spoldi. Come hai vissuto l’atmosfera artistica di quegli anni?

Mi sono divertita molto!

In qualità di storica e critica d’arte sei autrice di numerose pubblicazioni sull’arte contemporanea, cosa ci puoi raccontare in merito al mutamento dei linguaggi artistici?

Dalla fine degli anni sessanta ad oggi il cambiamento è stato radicale, sì è passati dai grandi racconti della modernità alle piccole storie della postmodernità.

Sono stata fortunata perché ho avuto la possibilità di guardare, protetta dall’ombra del periodo moderno, il mondo postmoderno che si stava illuminando e che, nella sua luce, ha abbagliato un po’ tutti. Forse troppo.

Dagli anni settanta, caratterizzati da un’arte più rigorosamente concettuale, un decennio connotato da crisi economiche, politiche, sociali e culturali, si è passati agli sfavillanti anni ottanta che ci hanno proposto un mondo sempre più spettacolarizzato. Si tratta di concetti narrati nel libro I colori della notte (Politi 1987), che raccoglie i testi in cui sono analizzati i compiti della critica in relazione al mutamento del concetto di arte nel periodo postmoderno.

Con il libro Arte & Co. Dal concetto all’avviamento (Politi 1993), inizio un’avventura legata sempre alla trasformazione del mondo e della società, che si stava avviando verso un’impostazione di carattere più economico-finanziario e di come l’arte ha risposto a questo cambiamento. Nel volume sono analizzate le ultime ricerche artistiche e culturali europee e americane. Ricerche che vedono nell’interazione fra linguaggio aureo della cultura artistica, linguaggio quotidiano del media e di quello economico-finanziario la possibilità di una nuova teoria estetica.

La pubblicazione L’arte del secolo. Movimenti, teorie, scuole e tendenze 1900- 2000 (Skira1997), mi è stata richiesta da Giorgio Marconi per fornire un aiuto alla comprensione dell’arte moderna e contemporanea come conseguenza di grande interesse anche per il pubblico meno specializzato.

Il volume analizza i movimenti, le teorie, le scuole e tendenze del XX Secolo per ritrovare dietro le belle forme dell’arte moderna ciò che immediatamente non si vede: la motivazione storica e oggettiva, rendendone così visibile il bello che sempre più sembra occultato.

Hai collaborato all’organizzazione di numerose mostre e alla realizzazione dei cataloghi, vuoi citarne alcune? Quanto sono stati importanti questi eventi dal punto di vista del linguaggio artistico?

La prima grande mostra alla quale ho collaborato, su invito di Lea Vergine, è stata nel 1980 “L’altra metà dell’avanguardia”, dedicata alle artiste delle avanguardie storiche di inizio ‘900, a Palazzo Reale di Milano (poi anche a Roma e Stoccolma, con il meraviglioso allestimento di Achille Castiglioni e la grafica di Grazia Varisco). Una mostra che mi ha dato la possibilità di acquisire strumenti e metodi che ancora non conoscevo che mi hanno sostenuta in tutto il mio lavoro di critico. Ricordo quel periodo come molto felice, fruttuoso e intenso, anche perché mi ha permesso di approfondire un rapporto con Lea Vergine che è durato negli anni, caratterizzato da stima e affetto reciproci.

Nel 1982, la mostra “Registrazioni di frequenze” alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, realizzata insieme ad altri quattro critici: Francesca Alinovi, Claudio Cerritelli, Flaminio Gualdoni, Barbara Tosi.

In particolare con Francesca Alinovi e Barbara Tosi, non solo c’era un rapporto di collaborazione, ma anche una grande amicizia. Soprattutto con Francesca con la quale, seppur differente da me, condividevo le medesime passioni e gli stessi entusiasmi. L’affetto e la stima nei suoi confronti mi ha portato, insieme a Renato Barilli, Roberto Daolio, Alessandro Mendini e Franco Quadri, a istituire il “Premio Francesca Alinovi” con la finalità di mettere in evidenza le relazioni tra i vari linguaggi.

Nel 1993 con la mostra “Business Art-Art Business”, realizzata con Frans Haks al Museo di Groningen, ho voluto sottolineare il sottile rapporto teorico e formale tra arte e economia, rapporto che in quegli anni stava cambiando radicalmente il mondo dell’arte. È così che è nata con Frans Haks un’importante collaborazione e una bella amicizia.

Nel 1996 ho organizzato a Codogno “Arte per tutti”, una mostra che analizzava sul piano critico gli importanti cambiamenti in atto che avrebbero portato l’arte ad una situazione che è quella attuale, purtroppo di non facile definizione. Un’arte per tutti! Con tutto quelle che ne consegue.

Conservatore e direttore artistico della Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea, ci parli di questa esperienza?

La collaborazione con la Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea, dal 1999 al 2006, è stata molto bella e mi ha permesso di organizzare e realizzare programmi di conferenze, pubblicazioni di libri, mostre e convegni di largo respiro come Il possibile dal punto zero, Ultimatum all’arte moderna.

Collaborare con una Fondazione presuppone innanzi tutto possedere una visione, immaginare mondi, costruire e realizzare progetti e la Fondazione mi ha offerto proprio questa possibilità.

Hai curato le pubblicazioni di artisti e designer di importanza internazionale tra i quali Lucio Fontana, Christo and Jeanne-Claude, Alessandro Mendini, e in particolare il sodalizio con Aldo Spoldi dagli esordi ad oggi. Cosa ci puoi raccontare di queste collaborazioni?

Non sono particolarmente interessata agli artisti in quanto persone, poco mi importa delle loro biografie, anche se ad alcuni di loro mi lega un rapporto di affetto, ma sono ovviamente interessata al loro lavoro proprio perché i grandi artisti sono coloro che permettono di vedere in anteprima il mondo che sarà.

Ci sono però eccezioni, la più importante riguarda Aldo Spoldi che ho conosciuto nel 1968 e in lui ho trovato una persona a me molto affine anche se molto diversa. Abbiamo fatto tante cose insieme e un percorso simile: i medesimi interessi, il medesimo sguardo, la medesima intensità e la stessa passione. E poi Alessandro Mendini, di cui ho curato la pubblicazione dei suoi scritti, con il quale mi sono spesso confrontata e col quale è nato un fruttuoso scambio e una profonda amicizia.

L’attività didattica come docente in Università e Accademie ha accompagnato la tua carriera, il filosofo Andrea Bortolon, nella biografia che ti ha dedicato ti definisce “professoressa monella”, quanto è importante l’insegnamento?

Ho iniziato a insegnare per caso, non ho mai pensato di poter diventare docente, semmai avrei preferito continuare ad essere studente. È capitato che il Presidente dell’Istituto Europeo di Design mi ha convocata per un colloquio e immediatamente mi ha affidato la cattedra di Storia dell’arte. Ero impaurita, temevo di non riuscire, ma ci ho provato.

Da lì è iniziata la mia avventura di docente. Una “docente monella”, un po’ scapestrata a volte, come mi descrive Andrea Bortolon, ma anche molto seria e perfino severa, ma anche una docente che si diverte a imparare. Per me insegnare significa soprattutto guardare e ascoltare con curiosità chi si ha di fronte, gli studenti, e magari anche imparare da loro qualcosa. Ogni lezione per me è un’avventura, è aprire mondi, creare relazioni fra saperi, percorrere sentieri inaspettati. Ancora oggi, dopo tanti anni, continua ad essere una divertente avventura.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Il progetto vero è quello di continuare la collana editoriale dell’Accademia dello Scivolo, per la quale sto preparando il settimo volume. Proprio in questi giorni riflettevo sul fatto che forse mi sarebbe piaciuto intraprendere la strada dell’editoria, fondare una casa editrice. Del resto nei primi anni settanta la Casa Editrice Trieb, fondata insieme a Aldo Spoldi e Patrizia Gillo, era un possibile inizio. Ma poi abbiamo fatto altro.

Mi piace leggere e degli artisti amo molto anche la loro scrittura. Non a caso sto curando il terzo volume degli Scritti di Mendini e preparando su questo argomento per una grande mostra alla Triennale di Milano ad aprile, a cura di Fulvio Irace. Ma il progetto vero, quello che mi riempie di gioia, quello che davvero mi appas- siona, che mi fa dimenti- care tutto intorno a me, è di poter continuare a leggere, leggere, leggere.

Quale messaggio vorresti dare alle altre donne che sono alla ricerca del proprio potenziale espressivo?

Non ho alcun messaggio da dare perché i messaggi oggi sono aleatori e ciascuno si costruisce il proprio.

Intervista a cura di Manuela Metelli e Mina Tomella