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Ciclismo donne, Courtesy Archivio Fondazione 3M.

Giovedì 9 maggio 2024 sarà inaugurata la mostra “Sport Shots. Scatti di Valore” a cura di Roberto Mutti presso Palazzo Castiglioni, corso Venezia 47 Milano.
Cosa intende testimoniare questa mostra collettiva, quale rappresentazione dello sport?
Lo sport è sinonimo di movimento come anche di competizione ma il punto di riferimento che come Fondazione 3M abbiamo usato è stato quello di mettere in relazione, in un percorso cronologico, il rapporto che si è stabilito fra lo sport e la sua immagine da quando la fotografia ha fatto irruzione nell’immaginario collettivo e ogni gesto che un tempo era descritto, cantato, rappresentato con straordinarie opere pittoriche e scultoree si è letteralmente materializzato nella sua più evidente realtà. Abbiamo voluto ricordare di come i fotografi hanno modificato il loro approccio estetico sfruttando le potenzialità delle loro attrezzature e passando quindi dai ritratti posati in studio a quelli sempre più dinamici realizzati a diretto contatto con gli avvenimenti sportivi. Erano immagini spesso spettacolari destinate a giornali e periodici in un’epoca in cui la televisione non c’era o non aveva quel ruolo che oggi conosciamo.

Come è articolato il progetto espositivo?

Abbiamo scelto di realizzare quattro mostre per ampliare il discorso e articolarlo da diverse prospettive. “Sport Shots. Scatti di valore” crea, infatti, un vero e proprio percorso espressivo che inizia con “Il laboratorio del corpo” tutto dedicato alla ricerca che un grande fotografo del passato come Elio Luxardo, molto noto per i suoi ritratti, ha dedicato alla bellezza del corpo sia femminile che maschile con uno stile che sembra in qualche momento anticipare certe visioni di Robert Mapplethorpe. Si prosegue poi con “Accendere la passione. Lo sport come vissuto condiviso” che raccoglie fotografie in bianconero che, dalle più antiche immagini di atleti in posa, arrivano a quelle in movimento che caratterizzano gli anni Cinquanta. Con “La fotografia come spettacolo. Quando lo sport sa affascinare” si arriva agli anni Settanta e oltre con immagini con cui, grazie allo sviluppo di fotocamere, obiettivi e pellicole, si punta sulla spettacolarità del colore e sull’audacia delle riprese. Le fotografie di queste sezioni sono state selezionate dall’archivio fotografico della Fondazione 3M mentre l’ultima è frutto di un lavoro realizzato con autrici ed autori contemporanei che hanno interpretato, come suggerisce il titolo, “Il coraggio dei sentimenti. Lo sport come valore”.

È stata un’operazione difficile perché, mentre usare le parole per descrivere lealtà, determinazione, equilibrio, senso di sfida, solidarietà, confronto viene spontaneo, interpretare questi valori fotograficamente ha richiesto una riflessione e uno sforzo notevoli. In questo caso abbiamo dialogato con gli autori, che sono così entrati anche loro a far parte dell’archivio della °Fondazione, per trovare le giuste soluzioni.

Chi sono i fotografi coinvolti? Come si inserisce il lavoro di ogni singolo autore nella mostra collettiva?

Le sette autrici e gli otto autori coinvolti ne “Il coraggio dei sentimenti” sono stati scelti anche per le loro diverse storie personali e i differenti stili nella convinzione che il confronto fra sguardi e il dialogo fra le generazioni – qui si va da autori settantenni a giovani appena trentenni – aiuti a creare una mostra ricca di suggestioni e quindi più originale. È stata una vera e propria sfida a cui ognuno ha contribuito con la propria sensibilità ma operando in una dimensione metaforica: Occhiomagico lo ha fatto con la sua pulizia formale, Giancarla Pancera con le sue intuizioni fulminee, Alessandra Danieli e Adriano Meis con i loro richiami simbolici, Lucrezia Roda con le sue elaborazioni visive, Pietro Sala con il suo rigore formale. Massimo Lovati, Luigi Erba, Alice Arcando, Enzo Rocca, Michela Albert hanno puntato su tagli compositivi di forte impatto emotivo mentre altri autori si sono mossi in una direzione più emozionale che ha fatto emergere l’immaginario di Maurizio Galimberti, il dinamismo di Roberto Rognoni, la delicatezza intima di Raoul Iacometti, il senso compositivo di Francesca Meloni, la capacità di sintesi di Benedetta Pitscheider, la leggerezza di Marta Baffi.

Tra gli autori è consistente e significativa la presenza femminile: qual è il loro apporto alla mostra?

Donne e uomini sono stati scelti non in base al genere ma alle loro capacità di rispondere in modo creativo al progetto loro proposto.

Nelle collettive proposte da Fondazione 3M e da me curate la presenza femminile è una costante ma non è cercata seguendo le indicazioni delle cosiddette “quote rosa” che personalmente ritengo siano una sorta di regalia che, più o meno volontariamente, ribadisce il retropensiero di un’arretratezza. Le donne non sono una categoria protetta, e le fotografe non hanno bisogno di paternalismo ma di condivisione del lavoro.

Ho dialogato con le autrici coinvolte che ben conosco e seguo da tempo per far emergere le loro caratteristiche salienti: per fare solo qualche esempio l’autorevolezza con cui Benedetta Pitscheider si muove su una barca da regata, la fantasia utilizzata da Francesca Meloni per creare situazioni di gusto teatrale, l’intuizione che spinge Giancarla Pancera a cogliere momenti topici, il gusto narrativo proprio di Marta Baffi.

Come storico e critico della fotografia ci può descrivere l’evolversi di questo linguaggio espressivo per le fotografe donne?

Ritengo, anche se il mio non è un giudizio molto condiviso, che la narrazione delle donne escluse dalla fotografia o relegate in un ruolo secondario non sia vera.

La fotografia nasce in un’epoca caratterizzata dalla modernità e dal ruolo sempre più egemone della borghesia dove la democrazia tende, sia pure fra mille contraddizioni, ad emergere.

Certo, guardando alla storia della fotografia sono più gli uomini ad avere un peso, eppure sappiamo che i moltissimi studi fotografici erano gestiti da coppie e, quando padri e mariti morivano, erano le figlie e le mogli a prendere la direzione dell’azienda: il caso delle sorelle Wurz di Trieste è il più noto ma non certo l’unico. Il fatto che lo studio passato di mano non cambiasse la ragione sociale nasconde il fatto che ormai dietro le fotocamere stavano delle fotografe. Molte colpe le ha una critica poco attenta: in tutte le storie della fotografia si racconta che “The Pencil of Nature” di Henry Fox Talbot sia stato il primo libro fotografico ignorando che due anni prima sia stata la sua amica Anna Atkins a dare alle stampe nel 1843 il “Photographs of British Algae”. Non sto negando che le fotografe abbiano avuto vita difficile ma oggi se rendiamo omaggio a Julia Margaret Cameron e ci siamo dimenticati i nomi dei membri della Royal Photographic Society che la criticavano qualcosa vorrà dire. Si può scrivere una storia della fotografia al femminile, questo è vero e ci si potrebbe deliziare a parlare di Diane Arbus e Tina Modotti, Francesca Woodman e Imogen Cunningham, evocare personaggi noti come Letizia Battaglia, poco conosciuti come Grete Stern, estrose come Sarah Moon e spiazzanti come Nan Golding. Ma è altrettanto importante portare tutto questo all’interno di una storia condivisa.

Quanto è cambiata la fotografia in Italia e all’estero e cosa si aspetta il pubblico da una mostra fotografica?

In Italia in questi ultimi anni si è assistito a un’attenzione inattesa: è come se quanto è stato seminato anni fa sia finalmente germogliato dopo tanti anni.

Per fare un esempio eclatante, quando Lanfranco Colombo inaugurò nel 1967 la sua galleria il Diaframma, questa rimase per anni l’unico spazio di questo genere a Milano, una città che può contare oggi su decine di gallerie, spazi espositivi, aree museali e biblioteche pronte ad accogliere mostre. Nell’ultima edizione di Milano Photofestival che ho organizzato abbiamo proposto in città 120 esposizioni.

A questo dinamismo non corrisponde alcun interesse istituzionale: abbiamo un solo museo della fotografia a Cinisello, non c’è nessuno che si occupi di questo settore al Ministero della Cultura e quando nasce un bel museo come quello del Novecento a Milano non è previsto nessuno spazio per questa che è l’espressione artistica più nota del secolo passato.

Tutto ciò, nonostante gli sforzi dei singoli e dei privati, ci fa restare lontani da chi opera all’estero proprio in questa fase in cui il pubblico si è accorto della fotografia e gli autori italiani, bravissimi, meriterebbero di essere valorizzati a livello internazionale.

Che cosa si aspetta il pubblico è una bella domanda perché dipende dal pubblico: molti preferiscono autori più rassicuranti (Don McCurry è un esempio che però non giudico severamente perché grazie a lui persone che non si erano mai avvicinati alla fotografia se ne sono appassionate), altri sono attratti dal reportage perché interessati alle vicende che raccontano. Penso però che accanto alla valorizzazione degli autori storici, dovremmo proporre al pubblico le opere di quelli che hanno lavorato nel campo della ricerca con operazioni culturali che avvicinino a quella che un tempo si chiamava avanguardia. Infine, dovremmo pensare al pubblico dei più piccoli: ogni volta che i bambini sono stati coinvolti in qualche mostra è stata una sorpresa.

Quale messaggio vorrebbe dare alle donne che sono alla ricerca del proprio potenziale espressivo?

Pochi consigli sintetici: credere in sé stesse, saper distinguere le indicazioni interessanti dalle critiche prive di fondamento, ascoltare tutti ma non seguire nessuno, sospettare di chi si mette in cattedra perché da tempo non ne esistono, rimanere sempre curiose. E incazzarsi alla bisogna.

Intervista a cura di Mina Tomella e Manuela Metelli