Enrica Viganò
Presentazione della retrospettiva di W. Eugene Smith, Martin Gropius Bau, Berlino 2011
Enrica Viganò è un’imprenditrice che opera nel settore della cultura fotografica a livello internazionale, la sua attività è rivolta, in gran parte, alla divulgazione della fotografia italiana all’estero anche attraverso il collezionismo.”
Chi è Enrica Viganò
Critico, giornalista, curatore indipendente, Enrica Viganò da anni organizza eventi espositivi e manifestazioni legate alla fotografia a livello internazionale. Dopo aver accresciuto la propria esperienza nel campo lavorando presso alcune importanti agenzie fotografiche, dal 1992 al 1997 coordina e dirige tutte le attività della Galleria  Il Diaframma-Kodak.

Cultura, realizzando più di ottanta esposizioni fotografiche. Nel corso degli anni organizza mostre ed eventi, tra cui spiccano quelle dedicate a Andres Serrano e a Evgen Bavcar a Palazzo Bagatti Valsecchi per la Regione Lombardia e l’esposizione su Gisèle Freund con la Provincia di Milano.

Nel 1997 fonda ADMIRA, agenzia che si occupa di organizzare mostre e manifestazioni di fotografia. Nel 2003 il suo progetto si amplia con la casa editrice ADMIRA EDIZIONI, specializzata in pubblicazioni di fotografia. Risale invece al 2009 la nascita dell’associazione culturale ADMIRA.

Dal 1998 Enrica Viganò  collabora con PhotoEspaña, Festival Internazionale di Fotografia che si tiene ogni anno a Madrid. Sin dalla sua prima edizione nell’autunno 2001, è direttore artistico di FOTO&PHOTO, festival internazionale di fotografia di Cesano Maderno.

Nel 2001 è stata incaricata della direzione artistica di ClicArt, galleria dedicata alla fotografia emergente. Dal 2005 è membro di Oracle, l’associazione internazionale di curatori di fotografia di cui fanno parte i più importanti musei e istituzioni del settore in tutto il mondo. Ha curato inoltre diverse pubblicazioni e fa parte del Comitato Scientifico di MIA, Fiera della Fotografia di Milano.

Nel 2013 ha ideato CODICE MIA, portfolio review per artisti mid-career che possono confrontarsi con collezionisti ed esperti del collezionismo a livello internazionale.

Enrica Viganò ha partecipato in qualità di giurata a numerosi concorsi in Italia e all’estero. Fra questi, W. Eugene Smith Memorial Fund e Sony World Photography Awards.

È stata spesso invitata come esperta di letture portfolio ad Arles, in Francia (Les Rencontres de la photographie d’Arles), a Houston, USA (FotoFest International), in Grecia, Danimarca, Polonia, Germania, Argentina e Svezia. Fa parte di diversi Comitati Scientifici interni a istituzioni fotografiche come la Fondazione Nino Migliori.

Iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 2000, ha redatto articoli per diverse tipologie di testate e ha curato oltre 30 pubblicazioni, tra cui: Duane Michals habla con Enrica Viganò (2001); Mario Giacomelli,

La collezione della città di Lonato (2003), prima opera uscita per i tipi ADMIRA; Romano Cagnoni, Chiaroscuro (2003); W.Eugene Smith (2008); Duane Michals, 50 (2008); Strand+Rosenblum. Corrispondenze elettive (2011); Virxilio Vieitez (2012); Edward Burtynsky, L’uomo e la terra. Luci e ombre (2011); Mario De Biasi (2016); Duane Michals (2017); Franco Pagetti, Tutti i confini ci attraversano (2017); NeoRealismo. La nuova immagine in Italia 1932- 1960, nelle edizioni italiana (2006), spagnola e tedesca (2007), e inglese (2018).

Nel 2012 ha ricevuto la nomination, unica italiana, del Lucie Award di New York (la cinquina per il premio internazionale di miglior curatore) per la mostra dedicata a Eugene Smith.

La cultura fotografica viene divulgata anche attraverso la proposta di mostre itineranti. Ci vuoi parlare degli autori che hai selezionato e quali sono i criteri che hanno determinato le tue scelte?

La passione per la fotografia mi ha portato a creare questo lavoro e a fondare ADMIRA con il desiderio di divulgare la cultura fotografica. Per me quello che conta è la scelta di una fotografia necessaria, una fotografia che serva a qualcosa, per questo mi sono occupata dei fotografi del Neorealismo italiano, che si esprimono con un linguaggio fotografico inteso come strumento di indagine etnografica, di comunicazione e di conoscenza comprensibile a tutti.

Ho selezionato 60 autori per la mostra “NeoRealismo. La nuova immagine in Italia 1932-1960” con 180 opere esposte in Italia al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona nel 2012, e in America alla New York University nel 2018, accompagnata dall’omonimo libro edito da Prestel-Del Monico- Admira, con una prefazione di Martin Scorsese.

Tuttavia le mie scelte sono eterogenee, per me è importante la valenza estetica di un’immagine e il progetto dell’autore che rappresento, come quello del canadese Edward Burtynsky, sul tema dell’ambiente. E questo ritorna alla mia convinzione, che non faccio una selezione a priori in un campo della fotografia, ma sono aperta ad ascoltare tutte quelle voci che hanno qualcosa da dimostrare, da comunicare.

Quindi non sono legata solo alla fotografia documentaria, ma anche a tutti quei modi di portare l’attenzione, attraverso gli occhi, su dei temi, e Burtynsky è uno di questi, infatti lui afferma: “con la fotografia io faccio pensare”, e un suo tema importante è appunto, quello degli effetti del progresso umano sull’ambiente. In ottobre esporremo ancora la sua mostra “Water”, dedicata all’acqua, in Svizzera al MBAL Museo di Belle Arti di Le Locle.

Questo lavoro sull’acqua lo ha portato a viaggiare in tutti e cinque continenti per esplorare e catturare istantanee delle più importanti risorse idriche e i modi in cui l’acqua viene utilizzata, distribuita e sprecata.

Ho scritto il primo testo critico su di lui quando ho portato una sua mostra Madre Tierra a PHotoEspaña nel 2006, e le mie riflessioni si basavano sull’antitesi tra la bellezza delle immagini in contrasto con quello che rappresentavano.

Ad esempio, la meravigliosa fotografia del fiume Colorado con il delta che si sta prosciugando, quasi un disegno da Land Art, che in realtà intende segna- lare il grave problema del consumo d’acqua da parte delle multinazionali dell’agricoltura.

Tra i molti autori che ho curato, Mauro Fiorese è stato un fotografo contemporaneo che aveva molto da dire, e che purtroppo è mancato troppo giovane. Ho lavorato con lui per “U.Pho.S. Unidentified Photographic Subjects” (2008).

Paolo Ventura è un altro artista che reputo di altissimo livello, è più vicino all’arte contemporanea che alla fotografia, a dimostrazione che non disdegno affatto i nuovi utilizzi del linguaggio fotografico.

Nel mio percorso è stato determinante l’incontro con lo statunitense Duane Michals, che posso definire il mio mentore, è un filosofo ancora prima di essere un artista che opera al confine tra fotografia, pittura e poesia. Il nostro primo appuntamento risale agli anni ’90, precisamente nel 1996, quando sono andata a New York per proporgli una mostra personale. A quel tempo collaboravo con PHotoEspaña e nel 1998 al Museo Nacional Reina Sofia di Madrid, ho realizzato una retrospettiva del suo lavoro.

La mostra Retrospectiva è stata un successo e l’abbiamo portata in giro in tutto il mondo dal Giappone all’Argentina.

Duane Michals ha segnato un punto di svolta, con lui la fotografia si appropria di temi considerati esclusivi dell’arte contemporanea, attraverso soluzioni coraggiose ed “eretiche” come l’uso di sequenze messe in scena, o la combinazione di immagini e testi scritti direttamente sulla stampa. La sua narrazione, il suo andare contro la fotografia accademica, il suo far gridare a Garry Winogrand: “questa non è fotografia”, quando ha fatto la prima mostra negli anni ’70 a New York, lo colloca decisamente nell’ambito della fotografia concettuale.

Questo personaggio, che ha compiuto i 90 anni a febbraio, ha una personalità straordinaria, è poliedrico e contemporaneamente sempre attento all’attualità, ha un’energia, una fantasia, un’immaginazione eccezionali, ma soprattutto quello che per me è importante è la sua filosofia di vita e quello che comunica attraverso opere fotografiche che fanno riflettere. Ad esempio il suo modo di affrontare la sessualità e l’omosessualità con opere indimenticabili come “The Unfortunate Man” (1976), la fotografia di un uomo al quale al posto delle mani crescono i piedi perché non ha la possibilità di accarezzare e di toccare chi ama.

Tra l’altro le sue fotografie mi sono state chieste da Alex Majoli, curatore del “Si fest”, per l’edizione del Festival di Savignano che si terrà in Settembre. Si tratta di un percorso espositivo che intende educare all’immagine, costruito per materia scolastica e ospitato dagli ambienti delle scuole savignanesi, per il quale Duane Michals è stato richiesto per letteratura: per i testi poetici che scrive sulle immagini, e che sono stati un momento di dissacrazione. Citando la famosa frase di Confucio “Un’immagine vale più di mille parole” lui diceva della sua prima fotografia “There are Things Here not Seen in the Photograph” quella di un bar, “ci sono cose qui che non vedete”, e racconta poi nel testo: “non sentite l’odore di birra stantia, non sentite il fumo, il rumore”, quindi il suo modo di usare il linguaggio fotografico è decisamente innovativo.

Quali sono le collaborazioni con gallerie, photofestival, convegni, nelle quali hai potuto dare il tuo contributo e quanto sono rilevanti queste realtà per la valorizzazione della fotografia d’autore? Cosa ci puoi raccontare per quanto riguarda gli artisti emergenti?

Come curatrice e critico fotografico ho collaborato con agenzie fotografiche e gallerie, ho partecipato a photofestival internazionali, a eventi e conferenze, allo scopo di valorizzare la fotografia d’autore.

Nel corso della mia esperienza, soprattutto con ADMIRA, mi sono resa conto che le istituzioni pubbliche, i musei piuttosto che le fondazioni, richiedono sempre dei nomi già conosciuti, difficilmente desiderano le mostre di artisti emergenti, per cui quando due sponsor come l’industria tessile Zucchi e l’agenzia Marka, mi hanno dato la possibilità di dirigere la galleria ClicArt, ho subito evidenziato che a Milano mancava uno spazio espositivo dedicato alla fotografia emergente.

Quindi nel 2002 ho curato il progetto “ClicArt – Nuovi fotografi verso il mercato” che intendeva offrire ai giovani artisti la possibilità di presentare il proprio lavoro fotografico al settore e al mercato del collezionismo.

Grazie al fatto che la galleria fosse sponsorizzata, abbiamo avviato un’operazione culturale per far scoprire nuovi talenti. Avevo imposto che le mostre avessero le stesse caratteristiche espositive di autori già affermati, con le stampe in edizione, pass-partout museali, corredate da catalogo in italiano e in inglese, e che fossero in vendita a prezzi che potessero invogliare chi acquistava per la prima volta un’opera fotografica.

Inoltre ClicArt non operava come una galleria commerciale, nel senso che non tratteneva percentuali sulle eventuali vendite dell’autore in mostra. L’idea era di mettere insieme dei fotografi, non necessariamente giovani anagraficamente, e cito l’islandese Ragnar Axelsson (1958) che in quegli anni non era conosciuto dal mercato, e la sua mostra Un mondo ai confini del mondo (2002), è stato un grande successo. Poi abbiamo ovviamente incluso molti giovani, ma quell’esperienza è finita quando è finita la sponsorizzazione.

Ho scoperto spesso nuovi autori attraverso la lettura dei portfolio in vari contesti in giro per il mondo, da Les Rencontres de la photographie d’Arles, al FotoFest di Houston, USA, e poi in Grecia, Danimarca, Polonia, Germania, Argentina e Svezia, dove ho sempre trovato voci nuove che in qualche modo potessero portare originalità nel linguaggio fotografico con i loro progetti.

Comunque rimane difficile riuscire a dare visibilità ai nuovi fotografi con metodo e continuità. Ci vorrebbe più apertura da parte delle istituzioni. Mentre mostre itineranti di autori famosi come Eugene Smith, Duane Michals, Mario Giacomelli, Lewis Hine, Nino Migliori, Edward Burtynsky, August Sander hanno viaggiato in ogni dove. Adesso stiamo promuovendo la mostra antologica “Mario De Biasi. Fotografie 1947-2003”, che nel 2021 ho realizzato alla Casa dei Tre Oci di Venezia, e che ha avuto un’accoglienza da record sia da parte delle istituzioni che da parte del grande pubblico.

Nei photofestival, invece, è più facile inserire nuovi artisti, anche se nel Festival Off ti devi adattare alle sedi alternative come la caffetteria piuttosto che la libreria, luoghi dove a volte l’opera fotografica non è allestita come in un museo, però è sicuramente un’occasione per presentare nuove proposte.

Le mie collaborazioni ai festival iniziano nel 1998 con PhotoEspana, un appuntamento internazionale che si tiene ogni anno a Madrid all’inizio dell’estate. In seguito, nel 2001, ho istituito FOTO&PHOTO, festival internazionale di fotografia di Cesano Maderno, dove venivano organizzate mostre importanti e un convegno annuale dedicato al collezionismo fotografico.

Il collezionismo fotografico, com’è la situazione in Italia e all’estero?

Nel mio percorso professionale, ho sempre cercato di valorizzare la fotografia anche attraverso il collezionismo. Nel 1996, all’interno della Galleria Il Diaframma, ispirandomi alla Photographers’ Gallery di Londra, ho iniziato l’esperienza con alcuni degli autori che già collaboravano con la galleria milanese, aprendo la Print Room.

Ho proseguito nel 1997 quando ho fondato ADMIRA, con una visione e una mission che andavano ben oltre lo status quo italiano. Nel 2005 sono diventata membro di Oracle, l’associazione internazionale di curatori di fotografia di cui fanno parte i più importanti musei e le istituzioni del settore di tutto il mondo, e gli incontri con questi colleghi mi hanno consentito di inserire la fotografia italiana nelle loro collezioni affinché potesse divenire oggetto di studio a livello accademico.

A Houston, Anne Tucker, direttore del dipartimento di fotografia e dell’immensa collezione del Museum of Fine Art di Houston, ha acquistato diverse fotografie dedicando poi una mostra agli autori italiani in uno dei musei di riferimento per la fotografia, che lei ha fatto crescere con grande competenza.

Nel 2018 il MET Metropolitan Musem di New York ha acquisito 93 opere fotografiche di autori italiani del dopoguerra, il direttore del dipartimento di fotografia, Jeff Rosenheim, è rimasto incantato nello scoprire una fotografia così poco conosciuta fuori dai nostri confini.

Nel 2007 con ADMIRA Fine Art ho partecipato con successo a Paris Photo con un record di vendite dei nostri autori che ancora adesso mi sogno. Nel 2011 Fabio Castelli mi ha invitato nel comitato scienti- fico di MIA – Milan Image Art Fair, per costruire questa fiera e creare conoscenza sul collezionismo fotografico. Vi ho anche partecipato ogni anno con lo stand ADMIRA.

Un appuntamento importante che negli anni ha formato molti collezionisti e definito un campo d’azione per le gallerie. Nel 2013 ho ideato CODICE MIA, portfolio review, per artisti mid-career che possono confrontarsi direttamente con collezionisti, art advisor, esperti d’aste, consulenti del collezionismo a livello internazionale.

Viaggiando molto all’estero, mi ero resa conto di quanto l’Italia fosse rimasta indietro su questo tema. Così cercavo di capire, attraverso le testimonianze, sia degli artisti che degli operatori del settore, quali potessero essere i motivi di questo stato di cose, ed è emerso che l’anello mancante dell’ingranaggio stava proprio nella formazione.

In America esistono infinite facoltà di fotografia con le proprie collezioni, perché il sistema educativo anglosassone vuole far toccare con mano i materiali di studio, far vedere le stampe fotografiche, i dagherrotipi, le carte salate, le albumine, i diasec e le soluzioni più contemporanee.

Considerando che le collezioni di fotografie nelle istituzioni pubbliche, determinano la consacrazione e il conseguente riconoscimento del valore culturale ed economico dell’opera nel sistema dell’arte, si capisce perché negli Stati Uniti questo settore è già molto avanti. Le Università hanno dato un impulso notevole al collezionismo fotografico che in Italia è di là da venire. A noi manca ancora questo anello nell’ingranaggio che sostiene un collezionismo consapevole.

Tutto ciò mi ha portato ad avvicinarmi al ruolo di art dealer, con un’affidabilità garantita dalla mia esperienza internazionale e dal contatto diretto con gli artisti. Chi si rivolge ad ADMIRA Fine Art per acquistare una fotografia può fidarsi della qualità delle opere, della stampa, del certificato di autenticità che dichiara quando è stata stampata, su quale tipo di carta e da chi, perché anche questo contribuisce al valore dell’opera.

Il vintage è la stampa coeva stampata dall’autore, ed è la più ricercata. I prezzi riflettono il valore del tipo di stampa. Per esempio le foto di Mario De Biasi stampate negli stessi anni in cui sono state scattate, per la loro rarità hanno un valore superiore a quelle che vengono stampate, sempre in analogico, da negativo originale e autenticate dalla responsabile dell’Archivio, la figlia Silvia De Biasi. Il collezionismo e il mercato della fotografia in Italia sono tuttora condizionati da una certa diffidenza dovuta alla mancanza di una cultura dedicata al linguaggio fotografico nelle sue specificità, alla stampa fotografica come opera multipla con le sue regole precise che, purtroppo, a volte sono confuse anche dalla superficialità di alcuni galleristi. E’ importante sapere a chi ci si rivolge.

Le edizioni ADMIRA, quali sono state le motivazioni che ti hanno portato a fondare la casa editrice?

La storia di Admira edizioni è nata per amore di Mario Giacomelli. Ci tenevo a fare un libro della collezione di Lonato e, parlando con lui dei suoi neri e dei suoi bianchi stampati sui suoi libri precedenti, nessun libro rendeva giustizia alle sue fotografie, quindi ho pensato che per avere il controllo totale sulla qualità del volume dovevo costituire una mia casa editrice, in modo da poter gestire personalmente la stampa tipografica.

Admira Edizioni è complementare a tutta l’attività, perché accompagna le mostre con la realizzazione del catalogo e della relativa distribuzione consentendo una maggiore visibilità all’autore.

Poi ci sono state occasioni diverse, come il libro “NeoRealismo. La nuova immagine in Italia 1932- 1960” per il quale la prima edizione in italiano è
uscita per i tipi di Admira, mentre le edizioni in tede- sco e spagnolo sono state prodotte dalle case editrici Christoph Merian Verlag e La Fabrica Editorial, infine, quella inglese è uscita in coedizione con Prestel-Del Monico-Admira, per poter garantire una distribuzione internazionale.

Quanto è stata determinante la tua esperienza professionale presso la galleria Il Diaframma di Lanfranco Colombo in quella che oggi è la realtà di Admira?

L’incontro con Lanfranco Colombo e la collaborazione con la sua Galleria Il Diaframma, che aveva fondato fin dal 1967, è stato molto importante per la mia formazione, perché lui è stato il pioniere della fotografia in Italia. Ho iniziato nel 1992, quindi in un contesto che aveva già 35 anni di storia, dove ho avuto l’opportunità di frequentare con Colombo i festival della fotografia, come i Rencontres di Arles. Lui conosceva tutti e anche grazie ai suoi contatti quando sono andata a New York ho potuto intervistare Irving Penn, Elliott Erwitt, Leonard Freed, Gordon Parks e altri personaggi.

Precedentemente avevo lavorato in agenzie che utilizzavano le immagini a scopo pubblicitario, quindi con un’impostazione più manageriale, invece Lanfranco Colombo aveva gestito il suo spazio da mecenate, dedicandolo esclusivamente alla foto- grafia d’autore con un’impostazione soprattutto culturale della galleria. Tuttavia in quei cinque anni ho potuto constatare quali aspetti nella gestione della galleria potevano essere potenziati, sia per quanto riguardava la mostre itineranti, sia nei rapporti con i fotografi. Così, quando nel 1997, Il Diaframma ha chiuso, ho fondato ADMIRA con l’intenzione di farne un’attività sia culturale che commerciale.

Hai incontrato diffiColtà nel proporti in un settore prevalentemente maschile?

Sicuramente per una donna è più difficile, ma questo accade anche in altri ambiti lavorativi. Nella fotografia, come in generale nell’arte, ci sono molte più donne che lavorano, ma le posizioni gerarchiche più ambite spesso sono occupate dagli uomini. Per quanto mi riguarda, ho capito che la mia strada era quella di essere indipendente, come imprenditore e come curatore.

Sappiamo che le donne hanno la capacità di essere multitasking, e ciò mi ha consentito di potermi occupare degli aspetti organizzativi e nello stesso tempo della curatela degli artisti e delle mostre. E’ più impegnativo lavorare in autonomia, ma sei anche libera nella gestione dell’attività. Comunque credo che sia fondamentale non farsi condizionare dagli ostacoli, se sei convinta del tuo progetto e se lavori bene, con cura, impegno e professionalità, alla fine il pubblico e i tuoi referenti, percepiscono quello che riesci a creare, a produrre, a comunicare. Certamente ho impiegato anni di lavoro per arrivare, per esempio, al Metropolitan di New York; ci è voluta molta costanza e determinazione per creare una rete di questo livello. E ho ricevuto più rispetto all’estero che in Italia, bisogna dirlo. Come donna devi dimostrare e lavorare di più di un uomo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho tanti progetti, anche se il problema è sempre trovare le sovvenzioni.
La mia esperienza come docente di fotografia, mi ha portato alla consapevolezza della mancanza di una Biblioteca dedicata alla fotografia a Milano.

Il mio progetto comporterebbe anche la connessione con altre biblioteche internazionali tramite PhotoLit, un database internazionale realizzato da uno dei miei colleghi di Oracle di Berlino. Quindi una rete di biblioteche di fotografia, private e istituzionali, che possano essere consultabili e accessibili a tutti gli iscritti. La mia idea parte dalla disponibilità della mia biblioteca che consta già di migliaia di volumi, che stanno crescendo anche grazie a donazioni ed eredità. Per l’attuazione ho partecipato a bandi di concorso che possano consentirne la realizzazione.

Un altro progetto si intitola “Salvaguardia del patri- monio fotografico italiano”, e riguarda gli archivi dei fotografi, affinché non vadano dispersi o trasferiti all’estero, in attesa di un’istituzione pubblica che li possa accogliere e trattare con il dovuto rispetto. Per esempio, a gennaio è morto Mario Ingrosso, un bravissimo fotografo del neorealismo, e mi ha lasciato in eredità tutto l’archivio. In altri casi, come quello di Mario De Biasi,
la responsabile è la figlia con la quale collaboro, così come coopero volentieri con la Fondazione Nino Migliori, al fine di creare una rete per salvaguardare e valorizzare gli archivi. Non siamo in Francia dove questo scopo è perseguito con generosità dalle istituzioni pubbliche.

Questi sono i sogni nel cassetto e sto cercando di trovare delle strade per portarli avanti. Invece ormai in programma ci sono, in ottobre la mostra Edward Burtynsky “Water”, in Svizzera al Museo di Belle Arti di Le Locle, e una serie di eventi che vorrei creare nel mio studio proprio per i collezionisti, incontri con gli autori o lezioni pratiche, per diffondere la conoscenza della materia anche dal punto di vista tecnico. Si tratta di appuntamenti rivolti al pubblico, che partono sempre dall’idea di condividere la cultura fotografica.

Quale messaggio vorresti dare alle altre donne che sono alla ricerca del proprio potenziale espressivo?

Quello che io consiglio, è che quando hai un’idea, un’impresa che vuoi portare avanti, quando hai una visione, se sei convinta e ci credi, trovi le energie per convincere anche gli altri e le risposte per realizzarla.

Intervista a cura di Manuela Metelli e Mina Tomella