L’incertezza
è la condizione perfetta
per incitare l’uomo
a scoprire
le proprie
possibilità.

Erich Fromm

In questi giorni che aprono la cosiddetta Fase2 Covid, stiamo vivendo nell’incertezza per il nostro futuro.
Siamo preoccupate per quello che ci aspetta, quello che potrà riguardare i nostri cari, l’economia del nostro paese e quello che sarà il nostro futuro professionale. Quello che abbiamo vissuto in questi ultimi 3 mesi ha cambiato repentinamente la nostra quotidianità, le nostre routine si sono interrotte per l’isolamento e l’impossibilità di muoversi.
Ora che possiamo uscire dal nostro isolamento, anche se parziale, tante sono le domande che ci facciamo, tanti

sono i dubbi su quello che ci aspetta o su quello che potremo o dovremo affrontare. Nell’isolamento forzato, nel fermo dell’attività abbiamo sperimentato come le cose possono cambiare dall’oggi al domani, come le nostre vite possono correre rischi che non conoscevamo, come la nostra occupazione, la nostra professione possono diventare inutili o non esercitabili.

Questo ci ha creato instabilità e insicurezza, e la nostra preoccupazione maggiore è stata quella di evitare il contagio, di prenderci cura della nostra salute e di quella degli altri.

Quando avvertiamo un pericolo, come quello del COVID-19, il livello di adrenalina nel corpo sale e ci porta a reagire.
Quando però la situazione di pericolo si prolunga nel tempo l’adrenalina potrebbe raggiungere nel tempo un livello eccessivo nel nostro corpo e questo, anziché aiutarci a reagire si ripercuote sul fisico come per esempio con mal di testa, disturbi del sonno, ipertensione etc..

Per evitare questo un suggerimento sempre valido è di fare quotidianamente esercizio fisico, magari con passeggiate all’aperto e più avanti vedremo insieme un modello di approccio molto originale.

Dopo lo scampato pericolo di contagio, dopo la vittoria sulla malattia per alcune di noi e dopo aver visto chi è guarito e chi invece non ce l’ha fatta, si apre un periodo nuovo dove tutto può accadere.
Proprio perché non conosciamo quello che può succedere nel prossimo futuro la percezione che abbiamo, che può essere una naturale preoccupazione, ci porta a vivere una condizione di incertezza. Se prima avevamo “il timore per la nostra salute”, e quindi qualcosa di certo a cui pensare, ora abbiamo timori per cose diverse e soprattutto per ciò che non sappiamo o ancora non conosciamo.
La condizione di incertezza si potrebbe descrivere come un insieme di domande che non hanno ancora risposte, la cui difficoltà di valutazione e previsione rendono difficile quantificare il rischio e considerare delle soluzioni.
Vediamo insieme cosa significa nella pratica. Se ci pensiamo bene questa condizione di incertezza l’abbiamo già vissuta in alcune fasi delle nostra vita:
– quando la malattia nostra o di persone care, come pure la loro perdita, ci ha messo di fronte ad un domani che poi piano piano abbiamo costruito, anche se all’inizio ci sembrava ignoto; – quando una delusione negli affetti e nell’attività, ci ha fatto sentire sole e amareggiate per poi ricominciare con nuova fiducia verso nuovi affetti o nuove attività;
– quando non siamo riuscite a superare una difficoltà o abbiamo perso una buona opportunità professionale per poi riscoprirci più forti e pronte in altre occasioni nel superare i problemi o nel cogliere nuove occasioni.

donna con mascherina in pianto
donna capelli castani e occhiali a mani giunte

Possiamo dire che l’incertezza è una condizione naturale della nostra vita, del suo susseguirsi.
Infatti senza l’incertezza, il dubbio ed il porsi domande non potremmo prendere decisioni che a loro volta ci direzionano verso al vita che desideriamo.

Per chi è mamma, zia, nonna, sorella e amica basti pensare a quanta incertezza naturale c’è nell’accudire un neonato che non può esprimersi e che ha tanti bisogni!

Ognuna di noi ha provato l’incertezza di non capire, non sapere, non fare il meglio, con un bambino piccolo quando piange a dirotto.

Sappiamo anche che il nostro intuito materno, il nostro ascolto sensibile e il confronto con altre mamme, sono risorse utilissime quando ci sentiamo impotenti nell’incertezza di una situazione come quella di pianti prolungati di un bebè.

Se volessimo confrontare questa condizione di incertezza con un neonato con la condizione di incertezza per il nostro lavoro, la nostra attività o professione, probabilmente potremmo riscontrare alcune affinità.
Come quando un neonato piange e non

sappiamo il perché e come far sì che cessi di piangere, così nell’attività non sempre sappiamo il perché della crisi e come risolverla.

Se anche conosciamo il perché, il fatto stesso che sia una crisi crea una nuova condizione di incertezza.
Con un neonato, sulla base dell’esperienza, del confronto con altri, probabilmente partiremmo a valutare 2 aspetti principali: se ha fame e se ha fatto i bisogni.
Con l’attività potremmo valutare i due aspetti principali: si hanno già clienti (occupazione) e si ha mercato (nuova occupazione).
Una volta valutati gli aspetti principali e fatto quanto necessario per nutrirlo e pulirlo, se il pianto prosegue potremmo valutare altri 2 aspetti: se ha la febbre
e se non riesce a digerire o scaricarsi.
Con l’attività potremmo valutare altri 2 aspetti: il grado di fidelizzazione dei clienti (fedeltà in azienda) e quanto sia attrattiva sul mercato la propria attività/ professione (il proprio Curriculum Vitae).
Una volta valutati anche questi 2 ultimi aspetti se il pianto persiste potremmo valutarne altri 2: il bisogno di coccole/ affetto e prendere aria buona.

Nell’attività potremmo valutare: il valore aggiunto nell’attività/professione (il valore del proprio ruolo nell’azienda) e prepararsi alla migliore espressione di noi stesse nell’attività/professione (crescita professionale/carriera).
Come può un approccio al pianto ininterrotto di un bebè essere un buon metodo per la crisi nella propria attività/ professione?
Quante volte noi donne abbiamo risolto il pianto ininterrotto di un bebè anche quando eravamo nella paura massima della condizione di incertezza di ciò che non sapevamo?
Avete visto ancora un uomo che riesce a fare lo stesso con i propri figli?
Sì forse qualcuno!
Perché non fare tesoro di questo bagaglio “femminile” per le crisi di pianto e utilizzarlo per un pianto più maturo della nostra occupazione, attività o professione, ma che manifesta dei bisogni che non può esprimere perché ancora non li conosce?
Mi piace pensare che l’incertezza sia la condizione in cui esprimere quello che

donna disegnata su un bivio con un punto di domanda
ancora non conosciamo di noi stesse, perché è solo sperimentandoci e sfidandoci che possiamo fare emergere il nostro potenziale inespresso fino ad oggi.
C’è un P&PNotes che ti potrà essere
di supporto nell’approccio con questo metodo applicato all’incertezza di oggi nella propria carriera/professione, clicca nel bottone qui sotto e lasciando i tuoi dati potrai scaricarlo.


Quante volte noi donne
abbiamo risolto il pianto ininterrotto
di un bebè anche quando
eravamo nella paura massima
della condizione di incertezza
di ciò che non sapevamo?

Donatella Metelli

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