
Ho utilizzato a ragione la congiunzione ‘E’, spinta dalla consapevolezza che l’essere madre non debba pr esupporre o determinare la rinuncia all’essere donna, anzi!
Per essere donne non è necessario essere madri (in senso biologico), ma una madre non deve perdere la sua personale dimensione di donna, cosa che, ahimè, spesso accade.
Dato che questo numero è dedicato in particolare alle madri, vorrei celebrare noi donne e madri non solo in senso biologico, ma estendendo il concetto a quelle donne che partoriscono e danno seguito a un’idea, a quelle che sono madri di un progetto, a quelle che sono state in grado di riprendere in mano la propria vita e hanno avuto il coraggio di essere madri di sé stesse, a coloro che hanno aperto e illuminato una nuova strada con la loro intuizione, a quelle che hanno saputo spalancare le braccia ed accogliere.
Perché cosa definisce una madre meglio del senso di accudimento, cura ed accoglienza?
Per fare ognuna di queste cose occorre avere una grande consapevolezza di sé.
Questo tema mi sta particolarmente a cuore.
È il fulcro del mo lavoro!
Eppure mi capita spesso di incontrare donne che non riescono ad essere madri di sé stesse e ad accudirsi perché, per un motivo o per un altro, si sono perse.
Hanno smarrito la fiducia in sé stesse, il senso del proprio io profondo, l’autenticità della propria voce e del proprio modo di essere.
E hanno sommerso tutto questo sotto coltri di insicurezze, faccende da sbrigare (sempre prioritarie rispetto alla cura di sé), altre persone di cui prendersi cura, confronti impietosi, ma soprattutto insensati (verso cui siamo spinte da un sistema malato, fatto di numeri e non più di persone), mancanza di umanità, imperativi sul ‘dover essere in un certo modo’ scaturiti da standard irrealistici (ma considerati appunto standard a cui uniformarsi).
E in mezzo a tutto questo come faccio io donna a individuarmi, cioè a cercare e trovare me stessa, far sentire la mia voce, prendermi cura di me, essere madre di me stessa?
Sto leggendo un bellissimo libro che parla di come il modo di esprimere amore al giorno d’oggi sia il sintomo di una società sempre meno centrata sul sentire autentico e sempre più incline invece all’evanescenza delle dinamiche legate al sentire, all’empatia, alla proiezione verso l’altro.
Ognuno di noi ha un nucleo narcisistico di base che serve, in fase infantile, ad aprire la strada all’autodeterminazione e all’auto individuazione.
In pratica in questi termini si tratta di una cosa sana.
Ma se noi donne-madri (inteso in senso lato, secondo l’ampia definizione che ho citato sopra) ci proiettiamo talmente tanto in là, verso gli altri (figli, genitori, lavoro) e verso altro da noi (seguendo mode, tendenze e obbedendo a modi di essere che ci vengono presentati come i più esclusivi) nel corso della nostra vita, perdiamo completamente le radici della nostra essenza, conformandici.
Il prezzo da pagare allontanandosi da sé stesse è salato e spesso ci si accorge troppo tardi di quanto è poi difficile tornare indietro.
Ma c’è un MA grosso come una casa: tornare a sé stesse vale sempre la pena ed è sempre e comunque necessario.
Comporta un lavoro di scoperta, di scandaglio e di ricerca duro, ma appagante, a volte tortuoso, ma sempre affascinante .
Di questo percorso alla scoperta di sé e della condizione di ben-essere fa parte anche la consapevolezza della propria esteriorità. Non c’è nulla di frivolo in questo, anzi!
Una donna è MADRE di sé stessa quando, essendo in grado di riconoscersi, è generativa di un modo di volersi bene che rivolge a sé stessa, quando di sa rispettare, quando si sa valorizzare, quando si concede di sentirsi bella per com’è, senza sentirsi in colpa e senza parametrarsi ad altro da sé per legittimarsi.
Nessuno di noi ha bisogno di legittimazioni per affermare il proprio modo di essere e la necessità di volersi bene.
Imparare ad essere madre di sé stessa è l’augurio che faccio ad ogni donna per dare espressione anche a quella parte tipicamente femminile orientata alla cura, ma, una volta tanto, rivolta a noi!
Francesca Ferla