Shirin Neshat
Body of evidence
PAC 28.3 – 8.6.2025
Shirin Neshat è un’artista nata in Iran che vive a New York.
Nel 1974 si è trasferita negli Stati Uniti per proseguire gli studi artistici, lì poi, a seguito della Rivoluzione khomeinista, ha scelto di rimanere in un autoimposto esilio. Nel 1979 infatti, mentre si trovata a Los Angeles, la Rivoluzione islamica ha posto fine alla monarchia dello scià portando al potere Ruhollah Khomeini e gli ayatollah, i quali hanno convertito l’Iran in una teocrazia le cui leggi si fondano sul Corano e hanno estromesso dal Paese qualsiasi influenza occidentale.
Shirin Neshat

Solo dopo la morte di Khomeini, avvenuta nel 1989, Neshat è riuscita a ritornare nel proprio Paese d’origine: ha compiuto il suo primo viaggio di ritorno nel 1990 ed è rimasta profondamente impressionata dei cambiamenti imposti dal regime. Da qui in poi Neshat ha iniziato a riflettere sulle profonde trasformazioni avvenute nel suo Paese in seguito alla Rivoluzione islamica del 1979. Riflessione che l’ha portata nel corso della sua ricerca anche ad affrontare il tema  del ruolo della donna mettendo in relazione religione islamica e femminismo, ad analizzare le dinamiche che stanno dietro alle strutture sociali nei rapporti tra i generi e anche a interrogarsi sulla sua stessa posizione di esule, in equilibrio tra due mondi nei quali si è spesso sentita al tempo stesso, e in modi diversi, parte e marginalizzata.

La mostra di Shirin Neshat Body of evidence a Milano dal 28/3 al 8/6/2025, ospitata negli spazi del Padiglione d’Arte Contemporanea di Via Palestro, illustra l’intera poetica dell’opera dell’artista.

Il percorso espositivo, che non segue un ordine cronologico, ma si dispiega attraverso i linguaggi e i media privilegiati dell’artista “la fotografia” e “il video”, conduce al cuore di queste indagini. In alcuni casi la tematica politica delle opere è più esplicita, mentre in altri la messa in discussione di convinzioni culturali radicate si rivolge tanto all’Occidente quanto all’Oriente islamico, aprendo così a una serie di interrogativi.

La mostra ripercorre oltre trent’anni di carriera attraverso quasi duecento opere fotografiche e una decina di video-installazioni e propone una selezione delle sue opere più iconiche, come quelle della serie Women of Allah: il corpo femminile è utilizzato come una tela su cui si sovrappongono elementi visivi e simbolici. Il contrasto tra il bianco e nero delle immagini, un’elegante grafia Farsi che riporta versi d’amore di poeti persiani che ricopre pelle e tessuti e gli elementi come il velo e le armi, creano una tensione che cattura l’ambiguità e la complessità dell’identità femminile nel contesto islamico. Ogni immagine diventa un’opera stratificata, capace di suggerire sia la bellezza che la violenza, la forza e la vulnerabilità, l’appartenenza e l’esilio.

Un’altra tematica fondamentale della sua produzione è la dualità, utilizzata per esplorare contrasti come uomo-donna, individuo-comunità, oppressione-liberazione, la disparità di genere, il silenzio e la voce.

Con i suoi sorprendenti lavori in video Neshat riesce a fondere insieme, in opere di grande intensità emotiva, diverse tradizioni e molteplici linguaggi. La poesia, la musica e il canto della sua terra d’origine convivono con le sonorità di Philip Glass, con il ricordo del cinema europeo e americano, senza dimenticare i grandi registi iraniani con i mezzi espressivi ad alta tecnologia più tipici del nostro sistema artistico.

Sono una nomade, nell’arte come nella vita” ha dichiarato Shirin Neshat, spiegando così il suo continuo bisogno di cambiare linguaggi e stili. “Ho sempre avuto una forma di resistenza innata contro tutto ciò che diventa troppo stabile”. La sua attenzione è concentrata innanzitutto sul concetto che soggiace all’opera, sia essa fotografica o cinematografica: nell’universo di Shirin Neshat la forma segue sempre l’idea. Il comune denominatore tra le diverse esperienze artistiche e tecniche adottate dall’artista è una concezione scultorea dell’immagine, unita a un gesto minimale, asciutto. “Non ci devono essere dettagli inutili: ogni elemento deve avere una ragione precisa per entrare a far parte dell’immagine posto che i contenuti e i soggetti delle mie opere sono già carichi di significato”  spiega Neshat.

Vincitrice del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999, del Leone d’Argento per la miglior regia al Film Festival di Venezia nel 2009 e del Praemium Imperiale a Tokyo nel 2017, le sue opere sono entrate a far parte delle maggiori collezioni museali al mondo, come quelle del Whitney Museum, del MoMA, del Guggenheim di New York e della Tate Modern.

Neshat ha tenuto numerose mostre personali presso musei internazionali tra cui Pinakothek der Moderne, Monaco di Baviera; Modern Art Museum, Fort Worth; The Broad, Los Angeles; Museo Correr, Venezia; Hirshhorn Museum, Washington D.C.; Detroit Institute of Arts, Kunsthalle di Amburgo, l’Irish Museum of Art di Dublino e il Musée d’art contemporain di Montreal.

Neshat ha diretto tre lungometraggi: Women Without Men (2009), Looking for Oum Kulthum (2017) e, più di recente, Land of Dreams. 

Inoltre Neshat ha diretto la sua prima opera lirica: l’Aida di Giuseppe Verdi al Festival di Salisburgo nel 2017 e  nel 2022.

Fatma Hassouna

Giornalista – fotoreporter palestinese 24 anni è stata uccisa il 16 aprile 2025 insieme a 9 membri della sua famiglia da un attacco aereo israeliano che ha colpito la sua abitazione a Gaza city.

Ha ottenuto riconoscimenti internazionali per la sua viscerale documentazione sugli impatti della guerra. Protagonista del documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk  della regista Sepideh Farsi selezionato per la sezione Acid del prossimo festival di Cannes avrebbe dovuto partecipare  alla prima del film a Cannes.

Il suo sorriso era magico quanto la sua tenacia: testimoniava, fotografava Gaza, distribuiva cibo nonostante le bombe, il lutto e la fame.” Team Acid in un comunicato.

«Solare, piena di energia e molto coraggiosa. Con un pizzico di ingenuità legata alla sua giovinezza: tra un mese avrebbe compiuto 25 anni».

Così Sepideh Farsi, regista della diaspora iraniana attiva dagli anni ‘90, descrive Fatima Hassouna.

Farsi ha conosciuto bene la giovane professionista: per un anno ha registrato le loro videochiamate, e le sofferenze e gli entusiasmi di queste due donne del Medio Oriente sono confluite nel film Put Your Soul on Your Hand and Walk. Solamente il giorno prima della morte di Hassouna – «lei era i miei occhi su Gaza», secondo la definizione di Farsi -, era stato annunciato che il film avrebbe avuto la sua prima mondiale a Cannes, nell’ambito della sezione dei cineasti indipendenti Acid. «Avevamo fatto tutti i passaggi affinché Fatima potesse essere presente alla première, era felicissima. Lei però era decisa a tornare a Gaza subito dopo, mi ha detto: quello che l’occupazione israeliana vuole è che lasciamo le nostre terre, noi dobbiamo restare» afferma Farsi.

Questo film è una finestra aperta dal miracolo dell’incontro con Fatem, che mi ha permesso di essere testimone dei massacri dei palestinesi in corso a Gaza. Fatem è diventata i mie occhi a Gaza e io il legame fra lei e il resto del mondo.

Ho filmato le sue risate, le sue lacrime, le sue speranze e la sua depressione…Era una tale luce, piena di talento!

Abbiamo tenuto questa corrispondenza per circa un anno, i pixel e i suoni del nostro scambio sono diventati questo film».

Con queste parole Sepideh Farsi presentava sul sito dell’Acid la sezione parallela del Festival di Cannes (13-24 maggio) il suo Put Your Soul on Your Hand and Walk, nel quale la regista iraniana che vive in Francia – fra i suoi film, La siréne (2023)  – documenta il quotidiano a Gaza durante gli attacchi brutali degli israeliani: il dolore, la paura, la resistenza sul volto e nelle parole di una giovane donna che dialoga con lei a distanza, le mostra una realtà e un vissuto mai narrati nei media, condivide in quegli accidentati incontri online, con la linea spesso altalenante, i suoi sentimenti.

Si riporta qui di seguito una breve intervista a Sepideh Farsi apparsa sul web.

Come ha conosciuto Fatima Hassouna?

L’ho conosciuta perché cercavo un legame con Gaza, con qualcuno che potesse raccontarmi cosa stava accadendo lì. Mi trovavo al Cairo dove ero in contatto con una famiglia di rifugiati palestinesi, tra marzo e aprile dello scorso anno c’è stato un momento in cui si riusciva a superare la frontiera, prima del blocco totale di Rafah. La prima volta che ho visto Fatima in videochiamata su Zoom ho percepito una fascinazione nei suoi confronti, che credo fosse reciproca, e abbiamo deciso di dare vita al film sulla base delle nostre conversazioni.

Di cosa parlavate?

Del suo calvario quotidiano: già un anno fa Gaza era in una situazione di carestia, da mesi si trovava pochissimo da mangiare. Lei rispondeva alle mie domande, ha parlato del suo rapporto con le immagini in quanto fotografa, della sua relazione con l’identità palestinese e con la fede, un aspetto che non condividevamo ma che potevo comprendere, anche io da giovane ero credente. Si è creato una sorta di specchio tra me, l’Iran, l’esilio, e lei, ventenne a Gaza. Potevamo identificarci l’una nell’altra. Abbiamo parlato degli obblighi di indossare il velo, della politica. Della dissidenza lei non sapeva molto: Fatima è cresciuta tra una guerra e l’altra.

Era consapevole del rischio di una morte di questo tipo?

Io ancora non ci credo che lei sia morta: lo dico ma non l’ho realizzato. Ogni giorno ho pensato, che succede se la attaccano? Ne parliamo anche nel film, lei afferma: «Dobbiamo vincere perché non abbiamo nulla da perdere». Una frase forte, violenta persino, che lei dice col sorriso. E rispetto alla fine, aveva scritto qualche tempo fa che voleva che la sua facesse rumore, non voleva essere solo un numero in un articolo di giornale. Oggi non so se vedesse la morte come un’astrazione lontana o al contrario se la avesse interiorizzata fin da piccola. Ho perso diversi amici in Iran, incarcerati torturati e uccisi, ma è come se la coscienza della morte contenga qualcosa di antitetico alla giovinezza, così piena di vita.

Parlava prima dei punti di contatto tra la sua storia e quella di Fatima. Come vede l’Iran oggi?

Abbiamo vissuto questa magnifica stagione del movimento Donna Vita Libertà, dove si sono mescolati generi, età e etnie. Il regime iraniano è moribondo e lo strumento che stanno usando per restare in vita è la repressione feroce. Sono triste ma allo stesso tempo ottimista, non credo che governeranno ancora a lungo. Spero che ciò che verrà dopo non ci verrà ancora una volta “rubato” come nel 1979: vogliamo vedere le fantastiche donne iraniane alla guida di un paese democratico.

Fatem, come chiamavano Fatima Hassouna, adesso non c’è più, è stata uccisa dall’esercito israeliano.

Fatma aveva recentemente scritto in un post su Facebook un commovente appello: “Se muoio, voglio una morte che faccia rumore, non voglio essere solo una notizia o un numero tra tanti, voglio che il mondo sappia della mia morte, un impatto che persista e un’immagine eterna che non possa essere sepolta né dal tempo né dallo spazio.”

Miqdad Jameel, un giornalista di Gaza del giornale libanese Al-Akhbar, ha invitato l’opinione pubblica a tener viva la memoria di Hassouna: “Parlate del suo assassinio. Guardate le sue foto, leggete le sue parole, testimoniate la vita a Gaza, la lotta dei suoi bambini durante la guerra, attraverso le sue immagini e il suo obiettivo.

Anas al-Shareef, reporter di Al Jazeera a Gaza, ha reso omaggio ad Hassouna ricordando che lei “attraverso il suo obiettivo ha documentato i massacri in mezzo a bombardamenti e sparatorie, cogliendo nelle sue foto la sofferenza e le grida delle persone.

Un commovente omaggio è venuto da Haidar Ghazali, il poeta di Gaza preferito da Fatma. Ghazari ha raccontato che prima della sua morte Fatma lo aveva contattato chiedendogli di scrivere una poesia per lei “quando fosse morta. Lui ha risposto con una preghiera per la sua incolumità, ma alla fine ha rispettato le sue volontà componendo una poesia per la sua defunta ammiratrice.

Sono parole che mi auguro non conclusive ma ispiratrici per una nuova consapevolezza:

Il sole di oggi non porterà danno.

Le piante in vaso si prepareranno per un’ospite gentile.

Il sole di oggi non brucerà, sarà abbastanza luminoso da aiutare le mamme ad asciugare rapidamente il bucato, e abbastanza fresco da permettere ai bambini di giocare, tutto il giorno.

Il sole di oggi non sarà duro con nessuno. Abbraccerà la città, come il calore di una madre, tenero ma inesperto, e si scrollerà di dosso la tristezza col piglio di una donna anziana che riceve la visita dei figli dopo molto tempo.

L’inquadratura dall’alto è quella giusta e Fatma sarà felice nel fare le sue foto.”

Haidar Ghazali

Intervista a cura di Mina Tomella e Manuela Metelli