Francesca Meloni ricerca il punto di equilibrio della dimensione inconscia sulla realtà.
Nella tua visione fotografica, quanto hanno influito i tuoi studi in filosofia sulla ricerca artistica?
Durante i primi anni delle scuole superiori avevo già deciso che mi sarei iscritta alla facoltà di filosofia. Questa scelta è maturata perché avvertivo il bisogno di approfondire una metodologia di conoscenza che non portasse a risposte definitive ma che fosse in grado di condurmi verso prospettive molteplici dalle quali osservare me stessa ed il mondo.

Con questa stessa curiosità mi sono avvicinata alla fotografia, ossia non con l’intento di cercare una verità, bensì di arricchire il mio bagaglio interpretativo, per allargare l’orizzonte della coscienza. Fotografare le cose, infatti, è anche un modo per provare a capirle, per ampliare i punti di osservazione e non è solo un gesto di riproduzione della realtà, che sempre sfugge ad una categorizzazione univoca.
Quando parlo di fotografia non mi riferisco unicamente al prodotto finale dell’attività, ossia allo scatto, in quanto esso nasce prima, quando il fotografo lo pensa e ne progetta la realizzazione, ricercando il punto di equilibrio tra il proprio pensiero e la realtà esterna. L’atteggiamento filosofico che ben illustra questo desiderio di scoperta non è tanto quello che ha prevalso nella filosofia occidentale che contrappone in modo netto, come nel mito platonico, luci e ombre, allegorie di verità e menzogna, ma quello del pensiero eracliteo – e ben espresso anche dal pensiero classico cinese – che pone al centro la dimensione dinamica del “tra”, dove l’ombra transita verso la luce in un dispiegamento inesauribile che attraversa obliquamente i significati, facendo convivere gli opposti come razionale e irrazionale, conscio e inconscio. Di conseguenza la manipolazione delle immagini che infrange le regole della realtà e libera la creatività diventa un’ulteriore condizione di possibilità per sviluppare il potenziale comunicativo del messaggio che, svincolato nelle immagini dalle regole della causalità, è in grado di oltrepassare i confini della parola e degli schemi logici tradizionali.
Le tue opere visive e concettuali sono realizzate prevalentemente in bianco e nero, riprendono il surrealismo e la sfera onirica, come gli scatti performativi di InnerSelf. Quali sono gli artisti e i fotografi che ti hanno ispirato?
Il mio incontro con la fotografia non si è svolto all’interno di un percorso di studi canonico e quindi le principali fonti di ispirazione hanno attinto da ambiti trasversali ed eterogenei. In particolare InnerSelf è un lavoro composto da una serie di autoscatti a cui mi dedico da qualche anno. L’interesse per l’autoritratto è nato da alcune riflessioni sul concetto di Identità, ispirate sia dalla teoria lacaniana secondo cui l’Io si forma nei primi anni grazie all’osservazione e riconoscimento della propria figura allo specchio, ma anche da suggestioni di autori apparentemente lontani come Hume. Quest’ultimo affermò che non esisteva un’unica Identità stabile, in quanto la mente è paragonabile ad un teatro, dove le diverse percezioni fanno la loro apparizione in un’infinita varietà di atteggiamenti e di situazioni. Mettersi davanti all’obbiettivo è stato un modo per ridefinire quella che ritenevo essere la mia Identità, mettendone in discussione la pretesa unitarietà.
Così il corpo frammentato, smontato e rimontato in modi diversi, sottolinea la molteplicità delle istanze interiori e allontana l’idea di un Io omogeneo. Nell’ambito dell’autoritratto la fotografa che chiaramente ammiro è Francesca Woodman.
La Woodman mette al centro il suo corpo, riuscendo a plasmarlo e spesso mimetizzarlo tra gli oggetti, in una tensione costante tra materia ed evanescenza, tra presenza ed autonegazione. La scelta di utilizzare lunghe esposizioni rende il corpo quasi invisibile, rappresentando bene anche l’idea di un’Identità stratificata e non definita.
L’uso che fa dello specchio è interessante in quanto esso non viene usato per guardarsi ma per affrontare sé stessa quasi come in un campo di battaglia. Nelle sue fotografie si “spezza il codice delle apparenze” per cui i critici affermano che si riscontrano delle influenze surrealiste, anch’esse parte del mio approccio.
Tra le tue ricerche citiamo Tempo e sospensione, (Galleria Annunciata, Milano 2019), una metafora che richiama l’identità di un individuo. Il tentativo di fermare l’istante in “Time” 23 segni del tempo, (Galleria Esposizioni, Palazzo Ghirlanda Silva, Brugherio, 2021).
Un altro tema di interesse è il concetto di Non-luogo ripreso da Marc Augé; gli spazi divengono contenitori spersonalizzanti in cui l’identità si dissolve. Vuoi raccontarci come hai sviluppato i tuoi lavori?
In occasione della mostra Tempo e Sospensione ho deciso di presentare due serie di lavori, collegandoli tra loro. L’idea è stata quella di stampare le relative foto in modo tale da comporre una ulteriore forma, ovvero quella del simbolo della porta usb – uno strumento universale di connessione – che è diventata essa stessa parte integrante del significato delle opere esposte e che ha preso il titolo di Connessioni inconsce.
L’opera si compone di 23 piccole stampe 10×10 che fungono da bracci della chiave, raffiguranti degli orologi, realizzati sul tema del tempo e delle sue diverse possibilità di misurazione, soggettive od oggettive. Il tempo/misura è qui rappresentato in una successione numerica di 23 istanti, corrispondenti alle 23 giornate che regolano il bioritmo del corpo umano, il cui scorrere può essere colto solo dalla nostra più intima essenza. Si tratta della temporalità descritta da Bergson intesa quale misura della durata interiore continua, indivisibile ed irripetibile, della coscienza nella quale gli eventi si fondono per perdere ogni possibilità di definizione precisa e oggettiva. E’ in questa durata che avvengono le connessioni che formano il flusso interiore e in cui si forma la memoria, lo stratificarsi dei ricordi che si ridefiniscono sempre in rapporto con il presente. La percezione del tempo così intesa si lega ai meccanismi della nostra vita inconscia rappresentata nell’opera dalle immagini periferiche di ritratti femminili trasfigurati, realizzate a forma di cerchio quadrato e triangolo come nel simbolo usb.
Il lavoro dei Non-luoghi è il tentativo di utilizzare gli spazi individuati da Augé per porre al centro non l’ambiente ma la sua capacità di porre i passanti tra parentesi, sospesi tra un prima ed un dopo, in attesa di qualcosa. Mi sono così soffermata ad osservare queste moltitudini che si dissolvono e si immergono nell’invisibilità, rappresentata nelle mie foto da figure senza volto, in movimento e riproducibili in forme identiche.
Quale messaggio vorresti dare alle altre donne che sono alla ricerca del proprio potenziale espressivo?
Alcune volte l’espressività artistica è più una sconfitta che un risultato. Non riuscire ad utilizzare i linguaggi di tutti i giorni per trasmettere agli altri la propria interiorità spinge spesso ad utilizzare strumenti comunicativi alternativi che, in alcuni casi, possono addirittura avere risvolti problematici. Credo che per trovare il proprio linguaggio sia più importante spogliarci e superare tutte quelle istanze e situazioni personali che non riconosciamo come fonte di vitalità e che ci danno la sensazione di vivere come “in esilio”.
Così, finalmente è possibile ricercare l’Altro, sfidando quel vuoto costitutivo che si frappone nelle relazioni.
Benedetta Pitscheider esplora il mondo e con i suoi racconti fotografici inquadra l’istante.
Fotografi fin dall’adolescenza, quanto è stata importante la formazione presso l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano?
Ho iniziato a fotografare in coincidenza del mio primo viaggio in autonomia, una vacanza studio in Inghilterra. Studiavo Lingue e ho lavorato per diversi anni in ambito Comunicazione, ma nel tempo l’interesse coltivato per la Fotografia è maturato al punto da essere incontenibile: volevo vivere di Fotografia
Il corso in Fotografia di Scena che ho frequentato nel 2010, ha coinciso con la scelta di trasformare quella mia passione in attività professionale: una virata decisa.
Scattavo da circa 20 anni in analogico ed ero recentemente passata al digitale, e cercando un ambito in cui specializzarmi ha vinto il ricordo dell’intensità provata da bambina/adolescente nella preparazione di spettacoli teatrali in Conservatorio. Volevo tornare dietro le quinte ed esplorare tutta quella concentrazione ed emozione attraverso le mie lenti. Il corso me ne ha dato l’opportunità, e mi ha formato alla gestione di un workflow digitale.
Con gli occhi e con la macchina fotografica esplori il mondo, con il reportage di viaggio e quello dedicato alla fotografia di scena (teatro, danza, spettacoli, concerti). Realizzi immagini per la comunicazione di eventi istituzionali per importanti aziende. Vuoi raccontarci la tua esperienza e quanto è importante per te il lavoro di squadra?
Vivo lo spettacolo (prosa, musica o danza) di cui realizzo il servizio come un’esasperazione del reportage: non posso in alcun modo interferire con lo sviluppo dell’azione e il mio racconto fotografico presuppone il rispetto di tutte le scelte operate da tutte le figure coinvolte (a volte moltissime), ma posso proporne una mia interpretazione. Affronto un evento aziendale con lo stesso approccio e su grandi eventi non è raro coordinare un team di colleghi e collaboratori o, in alcuni casi, esserne parte. Il lavoro di squadra espone a dei rischi come ogni tipo di interazione e suddivisione degli incarichi.
Nel tempo ho imparato a scegliere con molta attenzione i miei collaboratori, ma se ci sono rispetto e attenzione reciproci, se la riuscita del progetto è l’obiettivo comune, la squadra diventa una splendida fucina di scambi e di risorse in cui c’è sempre da imparare e persino divertirsi.
I tuoi reportage divengono anche installazioni, con la fotografia d’autore hai preso parte a mostre fotografiche, come L’occhio discreto (2020) dedicata alla fotografia di scena e ai ballerini del Milano Contemporary Ballet, al più recente progetto espositivo Sport Shots. Scatti di valore a cura di Roberto Mutti. Vuoi descrivere i lavori che sono stati esposti e come si sono sviluppati?
L’occhio discreto è una sintesi dei primi cinque anni dell’intensa collaborazione artistica con Roberto Altamura e la sua compagnia, attraverso immagini di comunicazione sviluppate per le varie produzioni dal 2015 al 2020, scatti di prove, backstage e spettacolo.


La mia prima mostra personale, racconta molto di quello che mi affascina e che esploro: il dinamismo intrinseco ed essenziale che non si esaurisce nel movimento del corpo nello spazio ma viaggia nella profonda sinergia tra le parti in gioco, è quella tensione che ciascun danzatore trasmette e riceve all’interno della compagnia e molto altro. (Il titolo, proposto da Roberto Mutti, è ironicamente in antitesi al film L’occhio indiscreto sulla figura di Weegee)
Sport Shots. Scatti di valore è una rassegna promossa da Fondazione 3M, il mio contributo è legato alla collettiva Il coraggio dei sentimenti, e allo scatto scelto per rappresentare il Valore della parità di genere. E’ un tema che mi sta molto a cuore e su cui sento che ci sia ancora molto da fare, contro ogni discriminazione o favoritismo. Ho scattato quella foto a Malta, su un trimarano che ha poi fatto tre giri del mondo: ero lì per realizzare immagini della Rolex Middle Sea Race e quell’istante è arrivato in un uscita di allenamento. Si andava veloci e l’equilibrio a bordo non è sempre facilissimo, ma per me è stato immediato, istintivo.. necessario inquadrare un istante così forte ed emblematico. I soggetti ripresi riconoscono il senso di quel valore, nell’attività agonistica e professionale: molte competizioni veliche (oceaniche e non) prevedono equipaggi misti, preziose officine di scambio, confronto e integrazione.
Quale messaggio vorresti dare alle altre donne che sono alla ricerca del proprio potenziale espressivo?
Sperimentare, senza accontentarsi. Costruire nel tempo e con perseveranza sempre maggiori competenze attraverso cui il potenziale potrà declinarsi in mille modi. E’ affascinante come il nostro percorso individuale consolidi innate predisposizioni, necessità, ecc. e si arricchisca di nuovi territori e motivazioni, ma per me è importante continuare a chiedermi e scoprire cosa mi appartiene davvero: le cose importanti tornano sempre.
Benedetta Pitscheider
Nata e cresciuta a Milano, ama i boschi, la neve, il mare e la navigazione.
Fotografa dall’adolescenza, ha costruito le competenze tecniche in molti anni di sperimentazione e il confronto con stimati professionisti del settore. Studia lingue e comunicazione; nel 2010 consegue una specializzazione in Fotografia di Scena presso l’Accademia del Teatro alla Scala.
Per teatri ed enti musicali sul territorio nazionale, sviluppa servizi fotografici di spettacoli (lirica, danza, prosa), concerti e stages formativi, documentandone tutte le fasi (prove, backstage e Performance) e diventa il punto di riferimento per aziende che le affidano il racconto di eventi istituzionali e ricreativi.
Realizza ritratti e immagini creative per la comunicazione di enti di formazione, compagnie di danza, gruppi vocali e per il personal branding di professionisti, tra cui danzatori, coreografi, musicisti, cantanti, attori e sportivi.
Sue fotografie sono state pubblicate da testate quali Sportweek, La Stampa, Marie Claire, Elle, GQItalia, Bolina, KamalaMagazine, InViaggio, EnergyMarine, Corriere dello sport, Il Maschile24ore, da numerosi quotidiani o come copertine CD di raccolte musicali.
Francesca Meloni
Laureata con lode nel 2003 in Filosofia con una tesi sul rapporto tra realtà e gestione della follia, ovvero tra la “normalità” e le ombre che fanno parte della nostra vita. Durante gli anni dell’Università si è interessata anche alla fotografia, imparando diverse tecniche fotografiche, utilizzando macchine sia analogiche che digitali.
Gli studi psicologici ed ermeneutici hanno avuto un ruolo significativo nella sua ricerca fotografica: i suoi lavori si concentrano sul tentativo di proiettare la dimensione inconscia sulla realtà, creando una fusione tra l’immagine reale (che rappresenta il conscio) e l’inconscio, sia individuale che collettivo.
Ha partecipato a numerose esposizioni e ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti.
Intervista a cura di Mina Tomella e Manuela Metelli