Michela Albert
Michela Albert @PietroFanelli
Come ti sei avvicinata alla fotografia?
Mi sono avvicinata alla fotografia molto presto, per affetto: mio padre, i miei nonni e i miei zii erano affascinati ed innamorati di questo strumento e mi hanno dato la possibilità di scoprirlo.
Inizialmente la fotografia è stata testimonianza di viaggi insieme e di momenti preziosi; poi è diventata un mezzo per scoprire il mondo, per metterne in evidenza piccoli dettagli, che diventavano fondamentali, un punto di partenza per raccontare e costruire nuove storie.

Per me l’atto del fotografare è un continuo “colpo di fulmine”: improvvisamente il mio sguardo viene rapito da un gesto, uno sguardo, un dettaglio, non necessariamente importante, ma con quella luce, da quel punto di vista, in quel momento mi colpisce: è perfetto, bellissimo, fondamentale.

Il tuo lavoro spazia dalla fotografia di scena nei teatri ai ritratti di personalità del mondo musicale, perché hai iniziato con questo tipo di fotografia e quali sono i progetti per te più significativi?

Uno degli aspetti più affascinanti della fotografia è l’infinito ventaglio di possibilità che offre: dal reportage allo still life, dalla fotografia di spettacolo, alla moda e tanto altro.

Essa risiede ovunque ci sia bellezza, estetica ed emotiva, e profondità da testimoniare o da far emergere. Nella messa in scena della vita, nelle meravigliose scenografie, nei costumi, nell’eleganza del movimento di danza, nell’espressività di uno sguardo o nell’energia emanata da un’orchestra, ce n’è tanta.

La scena, e ciò che è dietro ad essa, è un condensato di vita e di bellezza. Personalmente trovo appassionante il lavoro, la coralità e il progetto di squadra che ogni lavoro di spettacolo ha alle spalle. Raccontare tutto questo è prezioso.

I progetti, per me più significativi, non sono per forza legati al nome del personaggio famoso ma alla portata emotiva e al messaggio che il singolo, o il gruppo fotografato, porta.

Nel 2018 in occasione della ricorrenza dei quarant’anni della Legge 180 sei stata invitata a esporre il tuo progetto, Ritratti d’interno, nella sede milanese dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, ci vuoi descrivere questo lavoro?

Ritratti d’Interno è un progetto nel quale vengono raccontate in prima persona, con fotografie e testi, le esperienze psichiatriche di quattro personaggi di pura fantasia: Miriam, Selene, Maya e Leonardo.

Questo progetto nasce sotto forma di cofanetto, composto da quattro libri: quattro “scatole nere”, memoria del viaggio interiore di ciascun personaggio.
All’interno delle mostre, le scatole nere si sono trasformate in pareti bianche, sulle quali si è tracciato il loro vissuto.

E’ un lavoro che ha preso forma poco a poco, si è narrato poco a poco.
Ha richiesto l’utilizzo di tecniche miste di fotografia e di pittura, fantasia e sperimentazione, ed anche una struttura: il DSM-IV-TR, che mi ha permesso di creare delle anamnesi. Da quest’ultime è affiorata la loro storia di vita, le cui immagini fotografiche hanno narrato il vissuto interiore. Ho così cercato di comprendere “dall’interno” l’esperienza di vita e il modo di percepire e percepirsi di ciascuno di loro.

Lo scopo di questo progetto è di restituire l’esperienza fenomenica del dolore psichico, senza il peso del giudizio e dello stigma sociale, ridando dignità ad ogni modo di percepire differente.

A seguito di una mostra di Ritratti d’Interno, l’Ordine degli Psicologi mi ha chiesto di esporlo all’interno della Casa della Psicologia, in occasione della ricorrenza dei quarant’anni della Legge 180.

Sei una fotografa professionista ma persegui anche progetti artistici, secondo te l’uno non esclude l’altro? Ci vuoi parlare della tua ricerca artistica?

No, secondo me uno non esclude l’altro, ma si alimentano a vicenda.
Il centro del mio interesse è il mondo interiore delle persone, il loro sguardo sul mondo, la loro storia che lo sostanzia.
Sento la fotografia come uno strumento con un potenziale ricco e variegato per allargare l’orizzonte della coscienza, per ampliarne i punti di osservazione. Uno strumento per comprendere meglio le infinite sfaccettature della realtà. La fotografia è un punto di partenza noto dal quale poter spiccare il volo con la sperimentazione e l’unione di diversi medium.

La mia ricerca artistica mi sta portando a dar voce ad aspetti non tangibili della realtà, ma che la sostanziano.

Ci sono fotografi, maestri o personalità di altri settori che hanno ispirato la tua poetica?

Ci sono diversi fotografi che hanno realizzato progetti e fotografie che amo molto, così come anche poeti e pittori sono fonte d’ispirazione.
Il mio stile è personale, non ricalca le loro opere, ma ne è ispirato nella ricerca.
A me interessa il loro punto di vista sul mondo, la loro musicalità, il loro uso del colore o del bianco e nero, il loro arrivarmi come esperienza tattile, la loro ironia, la loro poesia, il loro battersi per raccontare ciò che diversamente non potrebbe essere udito.

Fra loro alcuni nomi: Sarah Moon, Gilbert Garcin, Irving Penn, Saul Leiter, Tim Walker, Hiroshi Sugimoto, Sebastião Salgado, Elliott Erwitt, W. Eugene Smith, Edward Weston; ma anche pittori come Caravaggio, Frida Kahlo, Van Gogh, Klimt, Dalì, Monet; e poeti come Neruda, Candiani, Szymborska.

 

Hai esposto le tue opere con la curatela di Roberto Mutti, quali sono stati i progetti per i quali sei stata invitata a partecipare?

Attraverso la preziosa curatela di Roberto Mutti ho esposto in diverse mostre, sia personali sia collettive. Fra quelle collettive, la mia prima esposizione nel 2017, intitolata “Io ho una vita, quando la fotografia è donna”, a fianco di grandi Donne fotografe che stimo veramente moltissimo, fra le quali: Silvia Amodio, Stefania Ricci, Lia Stein.

Oggi potete trovare alcune mie opere in queste tre mostre collettive:

Tra Spazio e Tempo a Robbiate in piazza Airoldi fino al 6 novembre di quest’anno.

Sport Shots, scatti di valore , che è stata nuovamente esposta in occasione del Monza-photofestival e rimarrà fino al 10 novembre 2024.

Alice e il Minotauro, organizzata da Diorama, che verrà inaugurata il 21 novembre, nella quale esporrò una mia opera intitolata Dedalo.

E i tuoi progetti futuri?

Il mio progetto più vicino ad essere esposto è un viaggio nel Tempo, attraverso lo sguardo e le emozioni di chi mi ha preceduta.

Sto poi lavorando a due diversi progetti, uno sulla violenza di genere ed un altro sulla privazione, sull’essenza dell’Assenza.

Quale messaggio vorresti dare alle altre donne che sono alla ricerca del proprio potenziale espressivo?

Direi loro “semplicemente” di ascoltarsi e di dare credito alla propria voce, suggerirei inoltre di osare, senza paura di sbagliare, di sperimentare e sperimentarsi con animo leggero, lasciandosi contaminare da idee, pensieri, emozioni di questo nostro Tempo, così ricco di suggestioni e di stimoli diversi.

Suggerirei inoltre di avere pazienza, innanzitutto con se stesse, perché è un percorso lungo, e di avere e mantenere fiducia nel proprio percorso, perché la Voce di ciascuna di noi è un tassello prezioso ed è giusto farne dono.

Intervista a cura di Mina Tomella e Manuela Metelli