
Entrare nelle dinamiche femminili e maschili non è semplice. In questi nostri giorni il fatto ecla- tante successo a Giulia pone nuovi interrogativi, sicuramente ci ha smosso qualcosa dentro e attraverso la forza propositiva della sorella si fa finalmente rumore sollecitando la collettività e molti uomini ad agire. Credo sia necessario, ormai, dare parola al singolo come alla collettività assumendosi la responsabilità di esser più presenti a sé stessi, di scegliere per una cultura onnicomprensiva ed egualitaria.
È il concetto di Cultura che fondamentalmente deve cambiare. Bisogna lavorare, e ognuno nel suo specifico, con la finalità di valorizzare le capacità collettive che tengano sempre più in considerazione il valore della persona al di là delle diversità di genere o di censo. Bisogna trovare il coraggio di fare quel salto generazionale qualitativo per lavorare al concetto alto di Cura, dove la persona e la sua storia venga messa sempre al centro. Questo percorso chiaramente ci inoltra nel concetto alto di libertà. Più diventiamo consapevoli della nostra storia e di quella memoria ne facciamo bagaglio culturale, più il senso di libertà si fonda in noi aprendo nuove strade di unità relazionale. Su questa parola “libertà” che è assai legata al concetto di cura e di bellezza, ci tengo a soffermarmi, citando lo stesso Theilard De Chardin, profeta gesuita che ha lavorato molto sulle tematiche del femminile intravedendo nel termine “Cura” la forza progressista che avrebbe apportato giovamento al sociale.
Occupandomi di formazione tramite lo strumento della scrittura avverto ancora il forte divario esistente fra cultura maschile e femminile, quella resistenza del maschile ad andare incontro alla propria emotività e vulnerabilità. Ancora siamo pervasi da un retaggio culturale dove il femminile deve rispondere essenzialmente al suo dovere, “essere brave bambine”, cercando di essere sempre all’altezza delle altrui attese e aspettative, al sostentamento del concetto di cura, della relazione affettiva.
Bisogna iniziare a sdoganare questa sovrastruttura mentale per lavorare alla libertà della persona, che è essenziale nella sua individualità, alla sua autenticità, lontana da maschere e da falsi appannaggi.
Spesso nella relazione indossiamo delle maschere, sposiamo dei ruoli eccessivi, dimenticando la sacralità del desiderio che ci anima nel profondo. Lacan e Recalcati, che ne è il suo studioso più profondo ed evoluto, ci parla di legge del desiderio, dell’atto salvifico della persona che sa lavorare ad una sua coerenza, al suo talento.
La parte che ci autodefinisce e ci personalizza come individui non può essere disgiunta dal desiderio che ci anima, da quella traiettoria che dal segno propiziatore ne sa creare la realtà, l’individuazione.
Quella libertà che non possiamo addomesticare e imprigionare ma renderla meta feconda al servizio di altri, libertà che dobbiamo omaggiare come se fosse uno scettro di indicibile bellezza.
La libertà come il perdono sono parole che richiedono un percorso lungo e faticoso, perché senza fatica non si costruisce nulla di fecondo ed imperituro, questo vale sia per i nostri sentimenti quanto per le relazioni che andiamo a costruire.
Scrive Vito Mancuso: “L’esercizio del coraggio è un atto di forza, più precisamente di forza morale. Avere coraggio significa essere forti dal punto di vista morale, laddove questo termine, morale, non va inteso al femminile, la morale, con un rimando all’etica, bensì al maschile, il morale, con un rimando allo stato d’animo.
La forza morale è la forza che proviene dalla propria interiorità, dalla propria psiche mossa dai venti che soffiano alla giusta intensità per la migliore navigazione.” (Vito Mancuso, Il coraggio e la paura – Garzanti Edizioni). Per ritornare al maschile proprio in questo atto di coraggio si attesta la rivoluzione interiore, l’unica via possibile perseguibile per nostri tempi e per le generazioni future. Il coraggio come sentimento del vivere è associato al termine fiducia, fiducia in chi siamo e in come operiamo nella vita, fiducia che, se ben fecondata, sa traslare nella relazione con i nostri interlocutori, e alla parola fiducia è sottesa la parola speranza. Gli uomini caratterialmente forti per autorevolezza sanno parlare del maschile come atto di coraggio, di autodeterminazione.
Prendere posizione attraverso la parola e l’agire verso atti ingiusti, violenze che a lungo si perpetuano costantemente, significa assumersi la responsabilità feconda del carattere, significa autodefinirsi nella propria unicità e capacità emotiva.
Prendere posizione netta di fronte ad alcune inadempienze o verso l’atto violento di chi esercita una forza bruta e meschina, (spesso su persone ritenute più fragili, ma che rappresentano la grande forza del nostro futuro, le donne e i giovani), dare parola ad una propria coerenza manifestando il dissenso e contrarietà è sempre sintomo di crescita e di maturità, di capacità personale, di maturità emotiva e sentimentale.
Una equilibrata comunicazione emotiva in questi nostri tempi è ormai irrinunciabile (fortificata da esperienze acquisite in vari ambiti sociali), perché la comunicazione emozionale sa sempre dare valore all’inquietudine dell’anima che abita tutti noi e che caratterizza ogni essere umano, perché quel dialogo emozionale può veramente ricostruire e guarire quelle ferite attraverso parole di fiducia e di speranza.
Il maschile deve imprimere dentro di sé il coraggio di entrare nelle sue zone d’ombra, di mettere in luce le proprie fragilità e le paure che lo animano. Il maschile deve ampliare lo sguardo verso il femminile, imparare a vedere in quella figlia vi lentata la propria figlia, in un trauma subito da altri il rischio di essere toccati nel medesimo destino, rinunciando a quel mito di onnipotenza che dilaga nel sociale.
Il maschile può riuscire a dare parola alla sua fragilità cambiando il modello che ha ereditato e che non lo farà mai sentire persona appropriata e a suo agio, iniziando a trasformare la sua fragilità in forza propedeutica, in possibilità di crescita per chi si presta all’ascolto e inizia a scorgere nel suo simile una figura affine per inquietudine del vivere e fatiche esistenziali.
Le fragilità rappresentano la grande forza dell’essere umano, le sofferenze sono quelle forze incarnate che hanno bisogno di trovare una luce per trasformare la fatica in resistenza, in capacità d’urto e in rinnovamento attivo.
Di educazione sentimentale se ne deve sempre più parlare offrendo questa metodologia pratica nei vari ambiti sociali.
L’educazione affettiva e sentimentale è legata strettamente alla parola e alla sua funzionalità. Lo vediamo nelle varie classi dove il progetto di scrittura e la sua condivisione fanno parte di un percorso dove la Cura è intesa come conoscenza del sé. I giovani come gli adulti che non sono poi tanto differenti, hanno bisogno di rispecchiarsi nelle altrui fragilità, nelle paure che abitano in ognuno, ma a cui è importante dare parola, quel sentimento nutriente per imparare a sentirsi meno soli e appartenenti ad una comunità di destino in continua espansione ed evoluzione.
Credo che questo sia un punto di partenza formidabile perché abbiamo la grande opportunità di dilatare i nostri confini, di relazionarci in modo egualitario e qualitativo con chi è diverso da noi o con chi sembra fare più fatica.
Anche attraverso pochi incontri in condivisione si acquisisce che la narrazione di sé è elemento fondante e scatenante, un percorso incisivo attraverso cui è possibile raccogliere testimonianze ineguagliabili e dal punto di vista umano si crea una forza così coesiva e penetrante da divenire inarrestabile man mano che il lavoro procede.
Il percorso aiuta a superare giudizi e pregiudizi arrestando il timore di svelare parti di sé che sembrano essere parti fragili ma che in realtà sanno esprimere tutta la loro consistenza e il valore etico che li contraddistingue. Un progetto che diventa significativo e protettivo sia per il singolo ma anche per il gruppo di appartenenza. Dare parola al proprio sentire è necessario anche per quella parte del cielo, il maschile, che fa più fatica a reggere il sentimento, il proprio limite, le fragilità.
Attraverso la parola possiamo costruire una forza onnicomprensiva inarrestabile, così come sta facendo Elena, la sorella di Giulia, aiutandoci a riflettere sul nostro futuro che desideriamo essere migliore.
Sonia Scarpante