Incontro con Laura Leonelli, curatrice della mostra e del libro Io non scendo Storie di donne che salgono sugli alberi e guardano lontano.

“Le donne salgono davvero sugli alberi e conquistano le vette della sapienza e il dominio sulla natura, anche la propria natura, quando nutrono di un’altra linfa i pensieri, quando osano dire, come Aristotele, che ‘gli alberi sono persone che sognano’. Le donne salgono sugli alberi quando disubbidiscono. E ogni donna che disubbidisce è figlia della prima, più celebrata e dannata delle disubbidienti: Eva.”

Laura Leonelli

donna sull'albero

Con la collezione di fotografie anonime, dal 1870 al 1970, che ritraggono le donne che si arrampicano sugli alberi, ha reinterpretato le immagini riportando alla luce nuovi significati. Come è nato il libro Io non scendo?

Scrivo di fotografia da oltre trent’anni, mi sono occupata di grandi fotografi, ho seguito numerosi autori. Poi, ad un certo punto della mia carriera, circa dieci anni fa, nel bosco della fotografia ho iniziato a collezionare fotografie anonime. Tutti le abbiamo avute in ambito familiare, raccolte negli album o nelle scatole da scarpe. In queste fotografie senza voce, in questo silenzio storico e autoriale, in realtà c’era la mia voce. Io riuscivo a ritrovare voce in queste immagini, a dare loro un senso, a rintracciare lo stile, i dettagli, alcune delle fotografie di donne sugli alberi sono dei piccoli capolavori, vanno esplorate. Infatti nella mostra in corso a Trieste ho inserito le lenti di ingrandimento, in questo modo, in contrapposizione alle immagini di grandi dimensioni che ormai ci aggrediscono, siamo invitati ad entrare dentro, a farci intimi, delicati, a rivolgere un ascolto a queste immagini che sono fragili, che sono anonime ma che si rivelano come delle piccole porte, delle narrazioni potentissime, allo stato puro, grezze, alcune realizzate con grande sapienza compositiva, con il senso dell’attimo, del “momento decisivo” in cui scattare.

Mi piace collezionare fotografie anonime; allora le donne sugli alberi hanno iniziato ad arrivare. Poi è successo che in occasione di un’edizione di Paris Photo, ho scoperto un piccolo libro Women in Trees di Jochen Raiss collezionista e curatore, dal quale ho preso spunto, ma per dare un nuovo significato. La ricerca di Raiss nasceva dalla domanda: “chi ha fotografato queste donne?”, io sono partita dallo stesso tema ma mi sono posta un’altra domanda: “perché le donne vogliono farsi fotografare sugli alberi?”, cosa c’è dietro questa immagine che  sembra spontanea, naturale, semplice, ma non lo è. Quindi è partita la ricerca, ho intrecciato le fotografie anonime della mia collezione alle voci di donne, personaggi del mito, storici e di fantasia, che hanno reclamato il diritto di arrampicarsi, non importa quanto, perché basta un metro per cambiare orizzonte. Una ricerca che si sviluppa e si evolve di libro in libro, di ramo in ramo. E’ come un gioco ad incastri, così la storia di Eva e il problema dell’albero della conoscenza si unisce ad alcune voci di donne che hanno disobbedito e sono salite sull’albero della consapevolezza e della propria realizzazione.

Le donne arboree sono tante: Cristina di Sint-Truiden, Luisa May Alcott, Sarah Orne Jewett, Voltairine de Cleyre, Anne Brigman, Astrid Lindgren, Angela Carter, Simone de Beauvoir, Pippi Calzelunghe, Jo March, Beah E. Richards, Julia Butterfly Hill, Suni Lee, Grazia Corali, Bianca Di Beaco, Tiziana Weiss, Riccarda de Eccher hanno detto “Io non scendo”. Un bosco incantato che si incrementa e accoglie un entusiasmo femminile sincero.

Io non scendo è stato in finale alla Biennale di Fotografia di Atene, non abbiamo vinto ma eravamo nella short list, in quell’occasione Susan Meiselas, fotogiornalista che fa parte della Magnum, mi ha donato per la nuova edizione del libro, una fotografia di lei bambina sull’albero. Quindi accade un modo molto femminile di riconoscersi e di parlare di noi.

Quando le donne iniziano ad arrampicarsi sugli alberi divenendo anche loro “rampanti”?

Certo abbiamo avuto “il barone rampante”, però è la storia di un uomo, è la narrazione di un’emancipazione culturale, Cosimo si ribella alla sua famiglia, perde il contatto con la terra. Invece le donne salgono sugli alberi per scendere a terra più libere e più consapevoli di prima. Non è un nascondersi negli alberi, non è una fuga dalla realtà, è tutt’altro.

Il libro, edito da Postcart, è stato selezionato nella categoria Les Prix du livre dei Rencontres d’Arles, si tratta di un libro in cui fotografie e parole contribuiscono in egual misura all’opera, estremamente curato nella scelta del piccolo formato, della carta, ci vuole raccontare queste scelte?

Io non scendo è stato, con grande soddisfazione, selezionato nella short list anche ad Arles 2024, nella categoria foto e texte ed eravamo gli unici italiani. Parlo al plurale perché la partecipazione ha significato concorrere insieme a Claudio Corrivetti, editore di Postcart, con una passione autentica per il suo lavoro e un grande rispetto per gli autori. Con lui è stato possibile creare un volume piccolo e prezioso nella scelta dei materiali e della veste grafica. La realizzazione è stata possibile  anche grazie al sostegno e alla partecipazione di Grazia Corali, una donna straordinaria, imprenditrice e presidente della Corali Group, nel libro si racconta anche la sua natura arborea e si trova pubblicata una sua foto.

Oltre alla pubblicazione del libro ha curato le mostre, come e dove?

La prima mostra Io non scendo è stata allestita nel 2023 per il Festival della Fotografia di Bergamo, diretto con passione da Daniela Sonzogni, poi nel 2024 è stata ospitata in una galleria privata The Pool Nyc, a Milano, poi a Trieste al Magazzino delle Idee fino al 25 agosto con un notevole ampliamento di 260 fotografie anonime.  Trieste è un luogo dove le donne sono state più libere che in altri luoghi; in mostra anche l’omaggio a tre scalatrici di montagne, triestine e friulane, Bianca Di Beaco, Tiziana Weiss, Riccarda de Eccher.

In  cima alle montagne come in cima agli alberi, come scrive Bianca nella sua bellissima autobiografia  Io non sono un’alpinista, si scopre “la dimensione  in cui i sogni si realizzano”.

Quando è nata la sua attenzione verso la fotografia anonima e quale significato ha per lei rispetto alla fotografia d’autore?

Occupandomi da parecchi anni di grandi fotografi, ho cominciato a riflettere sul mio ruolo. Partendo dal fatto che gli autori sono per il 90 per cento uomini, ho considerato che la mia collaborazione si manifestava in un materno che si professionalizza costantemente. E allora mi sono posta la domanda del pretino di un curato di campagna che ad un certo punto della sua vita si chiede “e io?”.

Ho trovato la risposta vent’anni fa iniziando a cercare fotografie anonime. La fotografia anonima è la nostra, è quella di tutti, è quella epidermica, è come se avessimo davvero una pellicola  che riveste la nostra vita, è immensa. A differenza di quanto avviene attualmente con il delirio delle immagini scattate con il cellulare, la fotografia anonima è selettiva. Finchè è rimasta cartacea, e devo dire in bianco e nero, (perché poi il colore apre tutto un altro fronte), aveva la capacità pur nella quantità, di selezionare gli eventi; ecco perché le immagini di donne sugli alberi acquistano una grande importanza: fotografarsi era un evento, la scelta di un momento significativo e irripetibile.

Quali sono i/le fotografi/e che predilige?

Ho una collezione di Imre Kinszki, uno straordinario fotografo ungherese degli anni ’30-’40; amo moltissimo le immagini delle avanguardie, tutta la scuola ungherese, da László Moholy a Brassai, Kertész, Robert Capa. Man Ray è un surrealista fantastico. Forse la fotografa che secondo me ha scritto le cose più interessanti sul femminile contemporaneo è Susan Meiselas. In Italia, certo Paolo Ventura, ma uno dei più grandi fotografi europei è Olivo Barbieri, l’autore che mi lascia incantata per la qualità intellettuale del suo lavoro, per la precocità e la capacità di rinnovarsi continuamente. Poi tutte le avanguardie e tutti gli storici sono meravigliosi, vorrei avere immagini di tutti. Se devo indicarne tre: Man Ray, Susan Meiselas e Olivo Barbieri.

Lei nella sua attività di autrice, ha affrontato diverse esperienze editoriali. Possiamo citare la duplice prospettiva di scrittrice e fotografa nel libro Siberia per due. Madre e figlia lungo lo Enisej, che ha ricevuto il  Premio Donna Città di Roma 2004 quale tipo di viaggio ha narrato?

Ho intrapreso questo viaggio in Siberia lungo lo Enisej insieme a mia figlia di sei anni. La Siberia è una terra immensa, attraversata in verticale da una specie di rastrello di fiumi, quindi dalle steppe, i monti Altaj, vanno fino al Circolo Polare Artico, quindi ai Mari del Nord, ai mari più estremi. Il nostro è stato un viaggio di due settimane, niente di selvaggio, una crociera navigando lungo lo Enisej, da Krasnojarsk a Dudinka, passando per molte città seguendo la corrente.

E il libro è questo: è acqua, è un navigare, è un navigare nella storia della Siberia  e della propria storia, nei rapporti familiari. E’ stato un interrogarsi su chi sono io in questo momento, quali nuovi scenari mi ha suggerito questo mio rapporto materno.

Nel 2013 la mostra e la pubblicazione Lem. Viaggio iniziatico di un piccolo Buddha, vuole raccontarci questa esperienza?

Qualche anno dopo ho fatto un altro viaggio con mia figlia in Laos dove avevo incontrato il nipote della nostra guida che stava per entrare in monastero. E’ una pratica molto comune, che garantisce anche un’educazione, un’istruzione moderna, quando le famiglie non hanno mezzi. E’ l’avvio alla cultura e conoscenza religiosa buddista, per la durata di tre, cinque, dieci anni: si entra in monastero bambini e si esce adulti.

Ero interessata a questo rapporto scuola/formazione, ma soprattutto al rapporto della madre che lascia suo figlio e per dieci anni, per tutto il periodo della sua permanenza  in monastero, non potrà più toccarlo, perché è un piccolo Buddha e nella cultura del buddismo theravāda il mondo femminile è un mondo terribile, pagano e impuro. Il mio sguardo e quello della madre di Lem  cercavano il senso di questo suo uscire dalla famiglia, per diventare adulto.

Confrontarmi con la nostra parte di mondo, dove non dobbiamo abbandonare i figli in quel modo e ce li teniamo ancora stretti, quindi era ancora un riparlare di cos’è questo femminile, questo materno. Avevo avuto l’occasione drammatica di assistere anche al monachesimo femminile, che è diverso, è un monachesimo punitivo. Il padre aveva deciso di mandare la figlia di 12 anni in monastero, una piccola Gertrude manzoniana. Le erano stati rasati i capelli e la madre aveva avuto come unico permesso, essendo una bambina, di vederla una volta la settimana. L’incontro avveniva la sera, in una piccolissima stanzetta nel monastero. L’immagine era quella di madre e  figlia sedute ai bordi del letto, un tavolino in mezzo con un bicchiere di latte. Non ho potuto fotografare perchè il padre non aveva dato il permesso, però prima di scattare le cose si guardano, si vivono e si ricordano con gli occhi. Per me  vedere madre e figlia, unite a questo liquido che è un liquido materno e dove l’unica cosa era davvero il gesto di offrire il bicchiere di latte alla figlia, è stata una cosa enorme.

E’ curatrice della Collezione Ettore Molinario, qual è il ruolo del collezionista in fotografia?

Si tratta di una collezione molto singolare, un corpus importante di immagini  che spaziano dal 1850 ad oggi. I temi cari a Molinario sono l’identità di genere e la ricerca di sé. Ho iniziato a collaborare con lui cinque anni fa e per prima cosa l’ho spinto a raccogliere la  fotografia anonima e autori poco conosciuti, tra l’800 e gli anni ’30, autori minori ma di grande valenza che esaltano le relazioni con i grandi maestri, che hanno anticipato e formato la visione dei fotografi contemporanei.  Accostamenti che consentono di reinterpretare le immagini riportando alla luce nuovi significati.

Quali consigli darebbe alle donne che sono alla ricerca del proprio potenziale espressivo?

Ascoltarsi e, se necessario, disobbedire.

Laura Leonelli

Giornalista, collabora al supplemento culturale de Il Sole 24 Ore, Arte e AD.

È curatrice della Collezione Ettore Molinario. Ha pubblicato i volumi Siberia per due. Madre e figlia lungo lo Enisej (Feltrinelli), Lem. Viaggio iniziatico di un piccolo Buddha (Contrasto), Paolo Ventura. Autobiografia di un impostore (Johan & Levi), Rosalia Rabinovich. Stella Rossa (Biffi Arte), Bruno Corali. Il volo della gazzella (Lubrina), È Nestlè. Un viaggio all’origine di tanti sapori italiani (Peliti Associati), Un anno Pedrini (Peliti Associati). Da tempo studia e colleziona fotografia anonima.

Intervista a cura di Mina Tomella e Manuela Metelli