Buon pomeriggio, buongiorno, buonasera per chi ci vedrà, chi ci ascolterà in questa bellissima intervista che ho avuto l’occasione di poter avere insieme a questa nostra ospite. Benvenuta Riccarda Zezza.
Grazie Donatella
Ben trovata. Diciamo che la curiosità mi ha portato un po’ in questi giorni a pensare a quale esempio portare per le donne, perché spesso si parla di persone molto lontane, anche difficili a volte da raggiungere, quando invece abbiamo degli esempi italiani veramente fantastici e tu hai sicuramente fatto qualcosa in questi anni che è un grande esempio, quindi il mio essere curiosa era proprio anche per intervistarti. Vedo che hai anche il logo LIFEED e quindi se vuoi dirci in questo momento come sei, quello che stai facendo, e poi magari facciamo un po’ un escursus delle cose interessanti che hai fatto.

Donatella. Allora, Mi definisco imprenditrice, anche se non era questo il piano all’inizio, però devo dire che la mia impresa quest’anno compie dieci anni, quindi direi che si può dire imprenditrice. In realtà l’impresa è nata da un’idea, cioè LIFEED, che è il nome dell’azienda oggi, è nato da “MAAM, la maternità è un master”, ed è diventato LIFEED perché in realtà noi, dall’esperienza della maternità, come master in sviluppo di competenze soft, poi abbiamo imparato che tutti gli eventi della vita sono palestre di sviluppo di competenze soft. Per questo, da MAAM che ricorda la maternità, siamo arrivate a LIFEED, dove si parla di vita in generale.
Tutta la vita è una maestra.
Per chi non lo sapesse si sta parlando anche del libro che hai scritto, che ha questo titolo, e anche di un’esperienza di vita che hai raccontato in questo libro.
Il libro in realtà è nato dal progetto, perché la cosa è stata così. È successo quando mio figlio Luca, mio secondo figlio, ha compiuto un anno. Io sono uscita dal mondo aziendale, dove ero stata per 15 anni, con quest’idea di proporre alle aziende di interpretare il concetto di maternità in un modo diverso. Perché mi ero resa conto che veniva vissuto come un periodo di assenza, o comunque anche di deficit se vuoi, mentre nella mia vita era stato un periodo di sviluppo. Quindi, uscendo dalla realtà aziendale e pensando alla mia iniziativa per cambiare questa prospettiva, ho iniziato a studiare. Questa parte è importante perché io non ho un background, né psicologico, né particolarmente, ho fatto scienze della comunicazione, però questo è stato utile perché io ho studiato con una mente molto aperta, non avevo già un indirizzo preciso.
Io ho scoperto e ho trovato tantissime evidenze scientifiche che dicono che effettivamente, ovviamente, essere genitore per crescere un’altra persona è un’esperienza formativa, profondamente formativa. La natura vuole che noi lo facciamo bene, quindi ci dà tutto ciò che serve. E quindi mi sono sorpresa, perché ho detto: come è possibile che ci sia tanta evidenza scientifica di questa cosa, ma che nella cultura, nella società, questo non venga visto. E da lì è nato il metodo. che si chiama, scusate tante parole inglese ma perché noi lavoriamo con tutto il mondo, si chiama Life Based Learning, che vuol dire apprendimento basato sulla vita, di LIFEED. E poi la piattaforma digitale, poi lavorando con le aziende abbiamo iniziato prima a reclutare mamme, poi a reclutare papà, poi caregiver. Quindi oggi, dieci anni dopo, abbiamo lavorato con più di 70.000 persone. E queste settantamila persone ci hanno fornito l’evidenza scientifica del fatto che quella che era solo un’ipotesi, cioè che la maternità, ma in generale tutte le intense esperienze di cura sviluppino competenze, è una realtà, cioè i dati lo confermano. Quindi oggi possiamo lavorare con tutti.
Bellissimo, presumo anche con uomini, visto che la genitorialità riguarda anche l’essere diventare padre.
E non solo con i genitori, perché devi sapere, Donatella, che se io ti dico qual è il ruolo che i nostri utenti, 70.000 utenti citano di più, cioè quello più condiviso, quello che tutti o il 70% delle persone cita spontaneamente con una sua dimensione importante, non è né genitore né il lavoro, è figlio. Quindi questo tipo di sguardo trova un territorio comune tra tutti noi. Infatti io dico sempre se tu allarghi un pochino lo sguardo intorno a una persona, scopri che siamo tutti diversi, perché tutti abbiamo qualche elemento di diversità. Ma se lo allarghi ancora, scopri che abbiamo tutti qualcosa in comune.
Che bello concepire i ruoli come se fossero qualcosa che diventano opportunità che si integrano. A volte noi come donne ci impegniamo a far funzionare le cose, adesso faccio questo, poi faccio quello e corriamo tra un ruolo e l’altro, magari sentendoci anche in colpa, se poi ci dedichiamo a qualcosa, a discapito di qualcos’altro. Mentre tu porti avanti l’idea di come una persona si possa sentire all’interno dei vari ruoli, ma che si possono integrare. Vuoi dirci qualcosa per aiutare tante donne che invece si destreggiano tra le varie cose dove vorrebbero arrivare dappertutto e essere perfette in tutto, soprattutto?
Le donne hanno notoriamente un numero maggiore di cerchi. se pensi che ogni ruolo sia un cerchio, come si vede in queste immagini dietro di me, la percezione è che noi ne abbiamo di più.
Però pensa, nel concetto di conflitto vita-lavoro, più che cerchi, noi vediamo delle fette di torta, quindi più fette ci sono, più sono piccole. E quella è un po’ una vista che ti fa vedere soprattutto il tempo, il tempo è una quantità finita, non puoi moltiplicarlo. Però c’è qualcos’altro che tu puoi ampliare e che si vede da questo disegno.
Tu puoi cambiare la quantità di te stessa che porti in ogni cosa che fai. E se porti di più di te in una cosa fondamentalmente è come se fossi più presente e il primo effetto più importante è proprio togliersi i sensi di colpa che sono dei mangiatori di energia non servono a niente.
Allora se uno comincia a pensare mentre sono con mio figlio non solo mi sto dedicando a mio figlio ma sto anche allenando delle competenze che domani mi aiuteranno con il mio capo, e mentre sono con questo cliente non solo mi sto prendendo cura di questo cliente ma sto anche allenando delle capacità che domani magari aiuteranno con mio figlio. Ecco, questa percezione di me mi aiuta a rendermi conto che ogni volta che sono in una situazione in qualche modo sto portando tutto a me stessa e quindi sto traendo beneficio anche per le altre cose che sono. E questo non lo dico io, lo dice la scienza. La scienza dice che avere più ruoli aiuta a livello psicologico e fornisce risorse, soprattutto quando in un ruolo si è in difficoltà, perché si possono prendere risorse in un altro ruolo.
Molto interessante anche questo che portate avanti come ricerca di intervento attraverso i progetti che realizzate. E venendo proprio al motivo che ti ha portato a questo sviluppo professionale, puoi raccontarci nei fatti quali sono gli ostacoli che hai dovuto superare. che ti ha fatto fare poi prendere questa decisione, prendere questa strada?
Io sono entrata nel mondo del lavoro convinta che comunque ci fosse qualcuno o qualcosa dietro che facesse andare le cose nel modo migliore. Noi entriamo nella società, nel mondo del lavoro, pensando che se le cose sono fatte in un certo modo, un motivo c’è. E poi però, man mano che crescevo nella mia carriera, mi rendevo conto che tante cose in realtà proseguono in un certo modo solo perché sono partite così. Cioè non c’è necessariamente una volontà, c’è più un’inerzia. E cosa succede? Che questa inerzia va bene fino a un certo punto, perché quando le cose cambiano, diventano più complesse, come è successo a tutti noi, come succede quando nella nostra vita entrano nuove dimensioni, come è successo con la pandemia, come succede quotidianamente oggi con la tecnologia. L’inerzia non funziona più, perché è come se noi cercassimo di mettere quantità diverse di cose dentro contenitori limitati, predefiniti. E io mi sono scontrata con questo, cioè mi sono resa conto a mano a mano che crescevo a livello di carriera e arrivavo nei posti dove si decide, che in realtà tante cose continuavano ad essere fatte in un certo modo solo perché si erano sempre fatte così.
Allora, tu ti puoi arrabbiare quando succede una cosa del genere, puoi combattere giorno per giorno. oppure puoi pensare che forse serve un pensiero diverso, che quel pensiero diverso potrebbe essere il tuo, perché no?
Cioè quello che ha cambiato per me a 40 anni è stato decidere che forse, visto che io la soluzione non l’avevo ricevuta, potevo invece che lamentarmi provare a proporne una mia. È successo a 40 anni, che secondo lo psicologo Erickson è una fase di, lui la chiama seconda età adulta, in cui hai imparato tanto e comincia a avere voglia anche di restituire, lui la chiama anche generatività e questo é anche molto importante perché a volte questa idea della genitorialità crea dei conflitti tra genitori e non genitori ma la realtà è che noi come specie umana siamo generativi a prescindere sia che facciamo figli sia che non li facciamo, noi abbiamo un istinto che è verso la generatività e la generatività è voler costruire progetti che ti sopravvivano, persone e progetti, e poi è successo questo e ho detto ok adesso sono grande abbastanza, questa cosa non sta funzionando per me, ma anche per tante altre persone, forse serve uno sguardo diverso.
Tra l’altro le donne hanno questa cosa. Ed è una cosa di cui paghiamo il prezzo la maggior parte del tempo. Come se fossimo giocatori di uno sport che non è quello che si sta giocando in quel momento in campo. però è anche una responsabilità che abbiamo. Cioè il nostro sguardo diverso sulle cose è vero che è faticoso, però è un portatore di cambiamento ed è un cambiamento di cui c’è bisogno, è evidente che c’è bisogno.
Hai citato prima la tecnologia, quindi voi fate dei progetti che hanno anche una base tecnologica? Quindi non sono semplicemente dei corsi, ma sono qualcosa di un po’ più interagente con le persone per poter raccogliere anche questi dati. Ci puoi dire qualcosa?
La tecnologia è stata fondamentale perché è stato come avere a disposizione una manifattura senza i costi della fabbrica, questo è il bello della tecnologia. Come primo cliente abbiamo avuto Poste Italiane, e a ottobre del 2015, si sono iscritte alla piattaforma LIFEED, che all’epoca era MAAM, 500 mamme. Allora, tu pensa, per riuscire a intercettare 500 persone in aula, quanto ci avremmo messo? Con l’online le abbiamo intercettate subito. E la tecnologia fa anche un’altra cosa, genera dati. Allora, la vera sfida in questo momento ancora per noi è una sfida di cambiamento della cultura. E il dato consente il cambiamento della cultura, cioè se oggi ti posso dire che il dato mi dice che avevamo ragione e possiamo misurare le competenze sviluppate dall’esperienza di vita, possiamo misurare l’avanzamento, l’aumento delle competenze, posso dirti quali sono per le mamme, quali per il papà, quali per il caregiver, cioè tutti questi dati mi servono ed è la tecnologia a produrli.
Quindi la tecnologia ha questi tre effetti, uno è un effetto di economia, perché puoi creare degli strumenti potentissimi senza degli investimenti troppo ampi. La seconda è la scalabilità, raggiungere tante persone anche in momenti in cui a volte sono difficili a raggiungere, come il congedo. E il terzo è la misurazione e quindi la produzione di dati, che mi consentono di trasformare qualcosa di apparentemente vago, come il capitale umano, in un numero, che poi alla fine è quello che dialoga col mondo con cui abbiamo a che fare oggi.
Quindi probabilmente noi donne abbiamo anche l’occasione di poter mettere in campo queste nostre competenze anche se non possiamo magari competere allo stesso gioco perché come dicevi tu si entra in qualcosa che ha già delle sue regole e a volte per rompere quelle regole bisogna riuscire a dimostrare qualcosa, bisogna riuscire a portare in atto nella realtà qualcosa che possa far fare quel passo. Però penso che il coraggio appartenga alle donne.
Ci vuoi dire qualcosa delle ultime tue pubblicazioni?
Una cosa di quelle che hai detto prima mi interessa particolarmente, quando hai detto c’è bisogno di nuove capacità perché c’è bisogno di un tipo di creatività diverso. Quello che deve cambiare in realtà sono i perimetri delle organizzazioni, per fare spazio a delle capacità che in realtà le persone già hanno, ma che fondamentalmente a tutt’oggi non si sentono autorizzate a portare sul lavoro, che è un po’ quello che dice anche “Cuore Business”, quello che dice “Cura”, che è il terzo libro. Ho scritto tre libri e a questo punto, si può quasi dire che sono una scrittrice. Quello che dico in questi libri è fondamentalmente sempre questo, cioè ci sono una serie di capacità che noi già abbiamo, però per qualche motivo culturalmente l’abbiamo tenuto fuori dal mondo del lavoro, perché il mondo del lavoro, il ruolo lavorativo tende a essere piuttosto strutturato, quindi quello che va cambiato non è tanto la persona, non siamo noi quelli che devono cambiare, quello che deve cambiare è un po’ il perimetro dentro cui ci muoviamo, ci deve autorizzare a portare altro di noi. perché è quello che serve, perché altrimenti l’intelligenza artificiale ha più capacità di noi in tutta una serie di settori, no? Come facciamo noi? Perché la cosa più difficile per le persone è cambiare, anche per le organizzazioni.
Allora, invece che dire cosa mi manca, che molto spesso anche alle donne viene detto, ma ti manca questo, devi cambiare questo, il tema non è questo, è che cosa hai già che ti rende efficace, che ti fa fiorire?
Che fa emergere la tua leadership e che potresti regalare al mondo del lavoro, che potessi regalare alla società, perché la società ha bisogno di più cura, il mondo del lavoro ha bisogno di più cura. Ma noi non abbiamo bisogno di andare a scuola per imparare a prenderci cura, perché noi lo sappiamo fare. E quindi quando portiamo queste competenze da ruoli di cura nel mondo del lavoro, insieme a queste competenze portiamo la nostra capacità di cura.
Quindi la chiave di svolta è proprio prendere consapevolezza sulla cura e sull’effetto che porta nella vita delle persone, di come possa far cambiare anche i contesti dove si lavora, dove si sta con altre persone. Quindi su questo ultimo tuo lavoro che si è concentrato su questo aspetto, cos’è che hai capitato dalla tua visione del mondo e che hai racchiuso nel tuo ultimo libro.
La cosa importante, dunque sono due secondo me. Uno è che stiamo parlando di una leva di efficacia, cioè la cura ci rende efficaci. Quindi non è che dobbiamo portare cura perché è giusto, perché è buono, perché siamo donne, perché è veramente una leva di efficacia, quindi ci rende efficaci, ci fa lavorare meglio, ci fa stare meglio quando lavoriamo e questo è l’altro elemento importantissimo. Noi tutti passiamo talmente tanto tempo lavorando, che è chiaramente un luogo in cui dobbiamo fiorire, non possiamo stare male. Attraverso il lavoro ci prendiamo cura del mondo, pensa quante ore, pensa quello che stiamo facendo noi adesso, è una forma di cura, no? E quindi l’altro elemento è questo, quando facciamo le cose con cura stiamo meglio e fioriamo. La generatività è questo. Ti deve importare anche meno alla fine il risultato finale se ti accorgi che mentre lo fai comunque stai bene e stai fiorendo, stai facendo qualcosa che ti viene bene.
Sì, forse quello che tu stai dicendo a volte può sembrare anche discordante con quelli che sono degli obiettivi aziendali, ma oggi come oggi non c’è più solo lo scopo come obiettivo fine a sé stesso, ma qualcosa che vada oltre, che possa essere veramente sostenibile. Quindi stiamo superando un’era dove solo la produttività, solo l’efficienza, solo gli alti guadagni, solo alcune leve valevano per poter dire che eri competente, capace nel tuo ruolo. Oggi ci sono altri aspetti che fanno sì che anche per le aziende sia attenzionato qualche skill che prima magari veniva semplicemente ignorata. Come dicevi tu, era un gioco diciamo prestabilito e che ha bisogno di essere invece ampliato come perimetro.
Sì, c’è la differenza tra gioco a somma zero e gioco non a somma zero. Il gioco a somma zero è un gioco in cui perché vinca qualcuno deve perdere qualcun altro, come se lo spazio fosse finito, e allora se ne ho un po’ di più io ne ho un po’ di meno tu. In realtà non esiste solo il gioco a somma zero, le donne sono delle campionesse di giochi non a somma zero. sono giochi di composizione in cui un pezzo si aggiunge, non si toglie. In realtà questa composizione fa bene alla società, fa bene anche al business, perché alla fine il business nasce come strumento di sviluppo umano e non viceversa. Quindi se facciamo un business che non consente lo sviluppo umano, per che cosa lo stiamo facendo?
Esatto. Allora io ti chiedo solo un’ultima frase che vuoi lasciare alle donne che magari ci stanno ascoltando, leggendo per dare una tua indicazione. Tu che hai già fatto questi passi, cosa diresti a una ragazza giovane che deve affrontare la vita e costruirsi il suo avvenire?
Io le direi: c’è bisogno di te, perché c’è un grande bisogno di cambiamento, e tu sei un motore di cambiamento. Tutte le cose che vedi e che non vanno, vuol dire che devono essere aggiustate e tu puoi essere tra quelle che le aggiusta, o che le aggiusta. E un’altra cosa importantissima da dire a tutte le donne, giovani e non, è che laddove noi sentiamo di avere una responsabilità, lì dobbiamo ricordarci sempre che abbiamo anche potere. Perché non si può avere responsabilità senza avere potere.
Che dire, grazie per le condivisioni che ci hai portato e soprattutto grazie per aver avuto il coraggio di intraprendere un progetto così impegnativo e che ha avuto un riscontro così grande.
Penso che è un po’ come dire lasciare un segno, lasciare un segno che possa essere a posteriori molto utile anche per dopo. Quindi grazie ancora Riccarda per essere stata qui con noi e averci dedicato il tuo tempo.
Grazie a te Donatella per il lavoro che fai.
Intervista a cura di Donatella Metelli