Come ti sei avvicinata alla fotografia?
Per disperazione!
Di chi mi stava accanto nei viaggi, nelle gite, nelle semplici uscite.
Non andavo d’accordo con “l’oggetto” macchina fotografica, non la volevo con me, ma continuavo a fotografare con gli occhi, chiedevo ad altri di scattare al posto mio quello che però vedevo solo io!
Quante occasioni perse!
Ho fatto pace con la macchina fotografica, quando mi sono imposta di comprarne una per essere finalmente indipendente.
Fin dai primi scatti ho capito che non avrei più potuto farne a meno. Era il 2016.

Ti muovi nell’ambito della street photography, qual è il tuo metodo di lavoro, cosa vuoi raccontare?
La Street photography è l’occasione per poter reinterpretare ciò che accade nella vita di tutti i giorni, è una caccia continua ai momenti fugaci, alle storie non dette che si nascondono negli spazi pubblici, alle persone, agli oggetti e ai luoghi che si sovrappongono, si combinano, si intersecano e si completano come parti di un puzzle. Mi piace camminare senza una meta precisa, lasciandomi guidare dal mio istinto.
Mi soffermo su dettagli che sfuggono alla maggior parte delle persone, la strada è un palcoscenico di imprevisti da cogliere al volo, non c’è tempo per calcoli complessi, ma addirittura da riuscire a prevedere. “Prevedere l’imprevisto”: nonostante ogni piano c’è sempre spazio per l’inaspettato, direi che questo ossimoro rappresenta il mio concetto di fotografia di strada.
Girare tra la gente, come fossi un fantasma per non disturbare e camminare per ore, diventando parte dell’arredo urbano, senza farmi notare, è il mio modo di operare.
Una scena banale può trasformarsi in un quadro potente, in una narrazione snaturata nel giro di pochi secondi.
Cerco linee, simmetrie, ombre, riflessi, contrasti, sovrapposizioni che mi restituiscano visioni ironiche e surreali.
Non è facile per me essere soddisfatta di quello che ho “catturato”, sono sempre molto critica e mi ritengo fortunata se dopo pomeriggi di peregrinare e di appostamenti trovo interessante anche un solo scatto. Sì perché scadere nel banale, nel già visto, nel “bello senz’anima”, è veramente facilissimo. Siamo tutti street photographers in qualche modo, ormai.
Alla fine girare con la macchina in mano è un modo per connettermi con il mondo. Non voglio raccontare niente di speciale, mi piace vedere, sorridere ed emozionarmi, cercando nuovi punti di vista.
Tento di scoprire piccole rivelazioni che mi ricordano che nella banalità e nella routine del quotidiano c’è spesso una straordinaria poesia.
Qual è secondo te la differenza tra reportarge e street photography? Quali sono gli elementi essenziali per la tua street photography?
Entrambi osservano la realtà, ma con obiettivi diversi e ritmi diversi, il reportage racconta, la street principalmente coglie.
In teoria il reportage richiede preparazione, ricerca, documentazione e interazione anche con i soggetti, mentre la street photography ha meno vincoli, cattura momenti, immortala situazioni di vita quotidiana giocando con le luci, i contrasti, l’ironia. Non ha necessariamente un tema predefinito.
Ma tutto questo, però, può anche essere confutato (da me sicuramente), perchè ci sono fotografi di spicco della street photography che hanno invece documentato più che mirabilmente temi di grande interesse antropologico, sociologico, filosofico.
Io non esco avendo già in mente ciò che andrò a fotografare, ma solo successivamente, riguardando il lavoro, trovo il filo conduttore che definisce il mio tratto distintivo.
Un elemento essenziale sopra tutti?
Lo stupore. Quello originale, quello dei bambini, quel sentimento puro che coglie e accoglie ogni situazione nuova e improvvisa.
Ci sono fotografi, maestri o personalità di altri settori che hanno ispirato la tua espressione/ricerca artistica/la tua poetica?
Premetto che le mie prime foto, che sono diventate in seguito un progetto vero e proprio, non sono state ispirate consapevolmente da qualcuno.
Questo sottolinea quanto sia vera, anche nel mio caso, la celebre frase di Ansel Adams che dice che “ogni foto che fai è la somma di tutte le foto che hai visto, di tutti i libri che hai letto, di tutta la musica che hai ascoltato e di tutte le persone che hai amato” per esprimere quanto la fotografia sia un riflesso del bagaglio culturale, emotivo e personale del fotografo, un’espressione profondamente soggettiva.
Ho capito che il genere che stavo esprimendo rientrava in quello che viene definito street photography quando ho preso in mano una rivista di settore. Un articolo con foto annesse, parlava di Umberto Verdoliva, un fotografo contemporaneo la cui espressione artistica mi ha subito conquistata e mi ha spinto, leggendo le sue considerazioni, a conoscere e a “studiare” moltissimi altri autori . Fra tutti amo Martin Parr, capace di realizzare lavori anche a chilometro zero raccontando gli eccessi e le contraddizioni della società consumista con l’ironia del grottesco e del surreale.
Hai esposto le tue opere in numerose mostre personali e collettive: puoi descrivere le più significative nel rappresentare il tuo percorso creativo che ha spaziato dall’autoritratto alla street photography?
Non amo molto parlare delle mie mostre, sono piuttosto esitante, contro ogni logica di mercato, forse per eccesso di modestia. Ecco l’ho detto e sono sincera. Lo sa bene chi ha curato le mie esposizioni!
Riconosco di avere avuto l’onore di aver partecipato a collettive con fotografi di spessore, di grande sensibilità creativa in luoghi storici come Palazzo Castiglioni a Milano, l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, Palazzo Cittadini Stampa ad Abbiategrasso ed altri.
E riconosco di aver avuto il privilegio anche di poter esporre personalmente le mie foto, pur non essendo una fotografa di professione.
Come non ricordare la mostra a Seriate, ospite presso lo Spazio espositivo Virgilio Carbonari del palazzo comunale, in cui sono stati esposti due miei progetti “Ironie metaforiche” e “Illusioni manifeste”, sintesi del mio modo di approcciarmi alla street photography.
Entrambi i progetti hanno come fil rouge l’ironia, giocando a interpretare in modo surreale, comico, poetico e talvolta grottesco frammenti di caos.
Hai nuovi progetti in corso? Come crea un nuovo progetto Giancarla Pancera?
Un progetto nella street è un viaggio personale e culturale.
La chiave è lasciare che le strade e le persone mi parlino, trovando la mia voce nel caos urbano.
Personalmente sono allergica a trovare un tema prima ancora di uscire di casa con la mia macchina fotografica.
Piuttosto se mi trovo immersa improvvisamente in una realtà che calamita la mia attenzione, ecco, il progetto potrebbe mettere radici in quella occasione, un’occasione che mi stimola a perseverare in quell’atmosfera fino ad esaurimento delle mie energie fisiche e delle mie risorse creative.
I miei progetti dipendono dalla combinazione di visione e narrazione, di intuizione e pazienza, di fortuna e impegno.
Quale messaggio vorresti dare alle altre donne che sono alla ricerca del proprio potenziale espressivo?
Direi di non aver paura di sbagliare, di essere tenaci, il processo creativo è fatto di tentativi, errori e scoperte.
Il potenziale espressivo non si trova in un giorno, nasce dalla curiosità e con la costanza si trasforma in creatività.
Direi di essere autentiche, di fidarsi dell’istinto. Direi di non preoccuparsi di piacere a tutti, direi di non essere troppo modeste (!!), ma di credere sempre in quello che si vuole portare avanti.
Direi anche di non avere paura di mostrarsi vulnerabili, perché è lì che risiede la vera forza creativa.
Intervista a cura di Mina Tomella e Manuela Metelli