
“Quando mai si pretenderebbe da un cigno una delle prove destinate al leone? In che modo un brano del destino di un pesce si inserirebbe nel mondo del pipistrello? Pertanto fin da bambino credo di aver pregato soltanto per la mia difficoltà, che mi fosse concessa la mia e non, per errore, quella del falegname, o del cocchiere, o del soldato, perché nella mia difficoltà voglio riconoscermi.”
[Rainer Maria Rilke]
Chi è Valentina Ghelfi? Ti definisci Emotiva cronica. Femminista convinta. Sei cancro ascendente vergine. Attrice e autrice, quale è stata la tua formazione e l’ispirazione che ti ha portato ad intraprendere questo percorso artistico?
Mi definisco così, con un misto di ironia e fierezza. Ci tengo a specificare di essere femminista, che per me significa guardare al mondo consapevole di essere immersa in un sistema patriarcale e di non esserne immune.
Per me essere femminista (intersezionale) significa prima di tutto lavorare su di me e su quei meccanismi interiorizzati per poi sperare di portar riflessione, se non cambiamento, anche fuori.
Emotiva cronica racconta del mio rapporto con le emozioni che sono la chiave d’accesso a quello che mi circonda e primo motore creativo. Fin da adolescente le ho espresse senza pudore, creando anche momenti di confusione: mi piacerebbe vivere in un mondo libero di sentire ed esprimere quello che ci attraversa nella vulnerabilità e comprensione.
Ovviamente la parte astrologica, a cui dovrei aggiungere “luna in capricorno” è l’elemento più dichiaratamente autoironico.
Sono attrice, mi sono diplomata alla scuola del Piccolo teatro di Milano nel 2017 e poi ho continuato a formarmi, studiando con vari/e registi/e e attori/attrici. Una fetta importante della mia formazione post-accademica è stato studiare con Aurin Proietti, acting coach, con cui ho preparato anche il mio primo film. Negli ultimi anni ho aggiunto un altro tassello alla mia formazione diplomandomi come coach presso Luna scuola di coaching dell’anima nel 2023. Quello che ho imparato lì lo integro nei miei corsi di teatro e scrittura creativa.
Apprezzo molto questa domanda sull’ispirazione, che per me è un elemento chiave che torna, che deve tornare ogni giorno per mettere in moto creazione e progetti. E quando parlo di ispirazione, in realtà, non mi riferisco a qualcosa che viene da me dal nulla, ma dall’essere circondata da persone che stimo, che ammiro, e che espandono il mio orizzonte mostrandomi che quello che sogno e ancora non ho realizzato è possibile (trasforma l’invidia in ammirazione, mi ha detto una volta un mio insegnante), ma oltre all’ispirazione quotidiana, che personalmente mi serve per affrontare anche i momenti più difficili e stancanti del percorso che ho intrapreso. La scelta di diventare attrice è venuta dalla gioia. Facevo un corso di teatro alla Società filodrammatica piacentina, mentre frequentavo il liceo, e proprio durante un laboratorio tenuto da
César Brie, eravamo in una cripta, era mezzanotte e ho pensato, voglio fare questo per sempre. Avevo 17 anni. Da bambina sognavo di fare la scrittrice, ora posso dire di star vivendo entrambe queste dimensioni, recitando e scrivendo.
Hai recitato in teatro e per il cinema, vuoi raccontarci qualcosa delle tue interpretazioni, quale ruolo senti più tuo?
Sì, ho recitato in diversi progetti di nature diverse, dal cinema al teatro, da progetti più indipendenti a quelli più istituzionali. Nell’ultimo periodo, in particolare, ho lavorato a progetti cinematografici molto interessanti: il film di Alessandro Genovesi Una famiglia sottosopra, i cortometraggi The Anomalisa Effect diretto da Gioele Fazzeri, Dernière Plage diretto da Alessandro Onorato e Il mondo a parte diretto da Mauro Vecchi.
Ogni ruolo è un’opportunità, se affrontato con dedizione e curiosità, per imparare qualcosa di più sul mondo che mi circonda, magari fuori dalla mia bolla, e su me stessa.
Quello che in questo momento a me interessa di più è il processo. É quello che mi importa essere “di qualità” e fidarmi che poi il momento della performance seguirà, verrà da sè se supportato da un lavoro di preparazione profondo ed etico. E quando dico etico, mi riferisco soprattutto all’ambiente e alle persone con cui lavoro: credo profondamente nella possibilità di creare un percorso professionale che rispecchi i miei valori, nel poter scegliere di circondarmi di persone che stimo e che, a loro volta, credano che il fine non giustifichi i mezzi, e che formare un ambiente di lavoro in cui i bisogni della persona vengano ascoltati e accolti, in cui ci sia cura, condivisione e reale co-creazione sia prioritario.
Anche in questo mi sento femminista, nel cercare di vivere ogni aspetto della mia vita decostruendo quello che mi hanno detto dovesse essere la normalità (gerarchia, sacrificio…) certo, magari la strada non è diretta, ma con tutte le sua difficoltà, è la mia.
Oltre alla recitazione la scrittura, le tue poesie sono state pubblicate in Los Señores ed io (2018), Quello che succede dentro (2020), Feminae (2022), Shadows and light con le fotografie di Lorenzo Bensi, L’èrotique C’est tragique (2023). Cosa rappresenta per te la poesia? Ci sono personalità particolari che ti hanno influenzato e quali?
La poesia per me è la vera voce della mia anima, un giardino segreto e libero da giudizio a cui ho accesso quando creo, nel quale ho profonda fiducia. La poesia mi permette di trovare, attraverso le opere di altri autori, le parole che ancora il mio cuore non ha per dire quello che sente. Sopratutto la poesia – ed è anche il motivo per cui scrivo – mi fa sentire che non sono sola.
La poesia è stato un modo di riconnettermi alla mia identità quando, uscita dall’accademia, non mi sentivo all’altezza di recitare.
Scrivere mi ha aiutata a mettere a fuoco la mia visione come artista e il mio bisogno di raccontare storie, e oggi la mia autorialità scalpita per esprimersi in forme sempre diverse.
Oltre ai libri di poesia pubblicati, ho iniziato a scrivere racconti: Mi viene una voglia è stato pubblicato dalla rivista online TopsyKretts, mentre Luglio ha vinto il premio InediTo2024. Ho recentemente terminato la stesura di una sceneggiatura a 6 mani (con le attrici Sally Cowdin e Maria De Sá) e sto lavorando al mio primo monologo.
Tornando alla domanda, le artiste che hanno avuto l’ impatto più forte sulla mia poetica, lo hanno fatto con i loro romanzi: Erica Jong (da Paura di volare in poi) e Chris Kraus (I love Dick). Ultimamente si è risvegliato uno dei miei primi amori: Henri-Pierre Rochè, l’autore di Jules et Jim, dal quale è stato tratto l’omonimo film di Truffaut, che ha segnato il mio immaginario in maniera radicale. Alcune poetesse che amo sono Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, Vivian Lamarque! E molte e molte altre, anche registe come Lena Dunham e Greta Gerwig, o artiste pioniere come Miranda July.
Nel tuo percorso artistico approfondisci le tematiche legate a genere, sessualità e femminile attraverso diversi progetti, come il duo elettropoetico GhelfiDema, cosa ci puoi raccontare in merito a questa esperienza e agli argomenti da voi trattati?
GhelfiDema è un progetto in cui credo moltissimo, nato da una profonda amicizia e dalla voglia, mia e di Selene Demaria, di creare un nostro linguaggio che fondesse poesia e musica elettronica, attivismo e cassa dritta.
Lavoriamo insieme dal 2021: il nostro primo spettacolo è FEMINAE, performance elettropoetica sul potere del femminile e sul viaggio per accettarlo e rivendicarlo, attraversando desiderio, rabbia e spiritualità.
Siamo in costante creazione e attualmente stiamo lavorando a una trilogia sulle figure femminili nelle spiritualità occidentali per indagare la narrazione del femminile e come questa abbia impattato sulla società che conosciamo. Recentemente si è unita a questa ricerca anche la drammaturga e regista Elvira Scorza. E’ un momento molto fertile: residenze e date all’orizzonte e la voglia di pubblicare il nostro primo EP.
E il progetto con Le Zie (Valentina Ghelfi, Clara Mori e Stefania Ristoro), di cosa vogliono parlare queste donne?
Noi Zie siamo due attrici e una psicodrammatista appassionate “alle cose dei corpi” e fame di condivisione. Vogliamo dare voce alle cose di cui di solito si tace, i rapporti con il proprio corpo e la propria pelle, i tabù legati a mestruazioni, sessualità e cicli.
Non siamo una compagnia, anche se siamo nate dall’idea di creare uno spettacolo teatrale che non si è mai realizzato. Racconto meglio: Clara ed io ci siamo conosciute lavorando a uno spettacolo, e ci è rimasta la voglia di creare insieme. Così abbiamo iniziato a incontrarci per scegliere una drammaturgia da cui partire, ma finivamo sempre per parlare del nostro ciclo mestruale, di come influenzasse i nostri corpi e di quante cose non sapessimo a riguardo. Ad un certo punto ci siamo dette, forse è di questo che dovremmo parlare! E così abbiamo iniziato a intervistare persone di ogni età, genere, background sul rapporto con il proprio corpo, il cambiamento, la vergogna e il desiderio. Per fortuna a quel punto è arrivata Stefania. Abbiamo intervistato negli anni un centinaio di persone e, mettendo insieme tutte le interviste, abbiamo creato, grazie anche al grafico Federico Cai e al fotografo Mattia Cai, un fanzine, ossia un magazine indipendente dal titolo Even Clouds Have Period – E.C.H.P.
Contemporaneamente abbiamo iniziato a organizzare laboratori aperti a tutte/i in cui la ciclicità, i cambiamenti che il corpo attraversa periodicamente sono esplorati attraverso teatro, psicodramma e scrittura creativa.
Quest’anno il nostro lavoro ha potuto crescere anche e soprattutto grazie a Spazio Lambrate per le Arti Performative (SLAP) che ha scelto di sostenere la nostra ricerca e ospitarci. Infatti, 7 anni dopo dalla nascita de Le Zie, stiamo effettivamente lavorando a uno spettacolo: il monologo Se mia nonna, sulle non monogamie etiche, scritto da me e con la regia di Clara.
Con forme diverse, il nostro motore e obiettivo è uno: sentirci meno sole con le nostre vergogne condividendo tabù e abituarci ad accogliere e vivere il più possibile in armonia con il nostro corpo e le nostre emozioni.
Ci anticipi qualcosa dei tuoi impegni futuri?
Come vi accennavo, a marzo sarò in scena con il mio primo monologo, con la regia di Clara Mori, quindi il primo spettacolo delle Zie. Il titolo è “Se mia nonna” e parla delle non-monogamie etiche (ex.poliamore) e delle contraddizioni nel vivere delle relazioni fuori dalla norma monogama: gli ideali e la gelosia, la volontà di creare un mondo diverso e le fragilità umane.
Saremo in scena al Teatro Jolie Rouge a Roma il 21 marzo.
Il 22 marzo, sempre a Roma, alla libreria El Topo, presenteremo con Le Zie, ECHP, la nostra fanzine.
Entrambi questi eventi li riproporremo presto a SLAP.
Poi, sempre a fine marzo, sarò in scena con FEMINAE, performance elettropoetica del duo GhelfiDema. Saremo il 29 marzo all’Enoteca Popolare di Cantù e il 30 marzo da Z.I.A. (Zona indipendente artistica) a Milano, all’interno della rassegna Sorelle/Fratelli.
Ad aprile poi mi aspetta la ripresa di Sei la fine del mondo (letteralmente), regia di Anna Chiara Vispi, dove sono in scena con Selene Demaria, spettacolo che indaga il parallelismo tra la violenza di genere e la violenza dell’essere umano nei confronti del pianeta.
Quale messaggio vorresti dare alle altre donne che sono alla ricerca del proprio potenziale espressivo?
Fidatevi di quello che vi piace e vi dà gioia. Della sensazione di eccitazione che dà rischiare, giocare – lasciare spazio a quello che ci piaceva fare da bambine.
Creare senza pensare al risultato. Scarabocchiare.
Leggete The Artist’s Way di Julia Cameron e Big Magic di Elizabeth Gilbert, per me sono stati libri chiave per vivere una vita creativa a 360 gradi.
Intervista a cura di Mina Tomella e Manuela Metelli